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Il decreto lavoro che mette a soqquadro le parti sociali

Giampaolo Galli su InPiù scrive sul decreto 30 aprile 2026, cosiddetto decreto lavoro o decreto 1° maggio, nell’opinione pubblica che è passato molto sottotraccia, ma sta mettendo a soqquadro le parti sociali perché valorizza la contrattazione collettiva e introduce il concetto di “giusto salario”. Potenzialmente, se applicato in modo coerente, il decreto modificherà radicalmente il mercato del lavoro, in quanto attua l’articolo 36 della Costituzione: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, sufficiente a garantire a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.” Il punto chiave è che con questa norma, il lavoratore può sempre rivolgersi al giudice e chiedere l’applicazione del TEC (Trattamento Economico Complessivo, quindi in generale ben più alto del minimo tabellare) previsto dal contratto collettivo stipulato dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, nel settore di appartenenza, per il suo inquadramento e la sua qualifica. In linea di principio, non vi è più spazio per il dumping salariale e per i cosiddetti contratti pirata. La legge non affronta il problema della rappresentatività, e a nostro avviso fa bene. Per risolvere questo problema sarà quindi necessaria una forte assunzione di responsabilità delle parti sociali, soprattutto quelle datoriali. Per fare solo qualche esempio dei tantissimi problemi che si possono incontrare è noto che molte imprese medio piccole che hanno le caratteristiche tipiche dell’industria aderiscono a Confartigianato perché i contributi INPS sono notevolmente inferiori rispetto a quelli che gravano su un’impresa di Confindustria. Come decidere se quelle imprese devono applicare il TEC (o meglio i TEC) dell’artigianato o dell’industria? Un altro esempio è quello di IBM che continua ad applicare il contratto dei metalmeccanici, pur essendo ormai da tempo un’impresa di servizi.
 
Cosa deve fare il giudice se un lavoratore chiede che gli venga applicato un TEC di qualche contratto delle imprese di servizi? E che dire degli alberghi? La maggior parte degli alberghi sono iscritti a Federalberghi, che aderisce a Confcommercio, ma le grandi catene alberghiere sono iscritte a Federturismo Confindustria a cui sono a loro volta associate ben 22 associazioni di categoria (Confindustria viaggi, associazione porti turistici, balneari, intrattenimento ecc.). E chi mai può obbligare Italo ad applicare il TEC di Federtrasporti il cui contratto è fatto sostanzialmente da una sola impresa (le Ferrovie dello Stato), per di più monopolista pubblico, e non prevede gli stessi sistemi di welfare e premi di risultato? Se le parti sociali non riusciranno a trovare un accordo, interverrà la magistratura, caso per caso. E non si può escludere che alla fine qualcuno cerchi di risolvere il problema con una norma. Ma non si capisce come una norma di legge possa imporre a un’impresa di applicare il TEC di un contratto diverso dal proprio senza violare il comma 1 dell’art. 39 della Costituzione: “L’organizzazione sindacale è libera”.  Se si arrivasse a tanto, allora, per combattere il lavoro povero, sarebbe meglio imporre un salario minimo per legge.  

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