La corsa al Quirinale, meglio evitare ex presidenti del consiglio
La battaglia per la presidenza della Repubblica continua e Stefano Ceccanti se ne occupa con un articolo sul Quotidiano Nazionale. L’elezione al Quirinale non è mai stata un pranzo di gala. Lo scriveva già Leopoldo Elia rispetto al primo sistema dei partiti: “La durata settennale della carica con larghe possibilità di influenza” rappresenta una “fuga dal precario” apprezzata nel nostro Paese, per cui mentre in Germania “Adenauer e Ehrard hanno rifiutato la candidatura alla Presidenza federale tedesca, nessun uomo politico di primo piano” ha “seguito il loro esempio in Italia”.
Nel secondo sistema, pur avendo i due poli governato più o meno per metà del tempo, le presidenziali si sono verificate solo quando era in maggioranza il centrosinistra. Il dibattito ora si è accalorato, insieme a quello sulla legge elettorale. Da un lato i ‘pareggisti’ centristi che miravano a non modificare la legge elettorale e ora, più realisticamente, a non far scattare la soglia del 42% per conseguire il premio di poco più del 55% dei seggi, motivano la loro scelta perché uno scenario senza vincitore si presterebbe ad accordi su personalità più moderate. Questa tesi è debole perché fuori dai poli esisteranno anche liste estreme. Potrebbero essere queste ultime, a partire da Vannacci, in caso di pareggio, a risultare decisive prima per il governo e quindi per il Quirinale, con effetti pesanti anche dal punto di vista della collocazione internazionale, su cui la Presidenza Mattarella è un ancoraggio sicuro. All’opposto è evidente che gli anti-pareggisti, i due poli maggiori, stanno entrambi utilizzando il Quirinale come argomento per il voto utile.
Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per mobilitare al massimo il suo elettorato, anche di fronte ai concorrenti più estremi, prospetta l’occasione sin qui sempre mancata e così i vertici dell’opposizione sono spinti al massimo allargamento possibile della coalizione per affrontare tale scadenza.
Importante è stato, in questa chiave, l’abbassamento del premio, prima collocato intorno al 60% dei seggi e ora poco sopra il 55. Con l’ampiezza precedente il polo vincente sarebbe stato quasi sicuro di eleggersi da solo un leader anche divisivo, mentre con quella attuale, a causa soprattutto del voto segreto e in minima parte dei delegati regionali, appare più probabile la scelta di una personalità più inclusiva, più capace di non dividere il proprio campo e di ottenere consensi nell’altro.
La vittoria dell’uno o dell’altro polo, ossia della tesi anti-pareggista, è infatti aperta a due scenari molto diversi tra loro. È ovvio che il presidente venga scelto nell’ambito della maggioranza pro tempore, ma la strada è aperta sia a un esito da bipolarismo maturo sia a uno divisivo. Sin qui è sempre prevalso il primo. Nel caso migliore per scelta e con un consenso sin dall’inizio bipartisan, come accadde con Ciampi nel 1999, in particolare grazie alla regia di Veltroni. In altri casi ci si è arrivati con minori consensi immediati, dopo tentativi non riusciti di leadership più divisive, alcune arrivate al voto e altre no.
In un sistema bipolare, al di là delle doti di ciascuno, non è positiva la candidatura di ex presidenti del Consiglio, specie se cessati da poco o addirittura in carica, che difficilmente possono essere viste come garanti. Che anche Napolitano e Mattarella rientrino nei casi di bipolarismi maturi lo dimostrano appunto le rielezioni con ampia maggioranza. Il modello 1999 resta il migliore.





