Israele non si ritirerà dal Libano ed è pronto allo scontro con Washington
Ariel Piccini Warschauer.
Mentre la diplomazia internazionale tenta di ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente sopra la testa di Gerusalemme, Israele si prepara a tracciare una linea rossa invalicabile. La firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha formalmente aperto una nuova, delicatissima fase geopolitica, ma la risposta dello Stato ebraico rischia di far saltare il banco dei fragili accordi globali.
A lanciare l’allarme, con dichiarazioni che pesano come macigni, è l’avvocato Shlomo Filber, analista e figura da sempre vicinissima agli ambienti della destra israeliana. Intervenuto ai microfoni del programma Israel HaBoker (Israele Stamattina), Filber ha delineato quello che definisce il “più grande test” per il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e per l’intero Paese.
“So quasi con certezza che Israele non accetterà mai di ritirarsi dal Libano. Insisterà su questo punto di fronte agli Stati Uniti, anche se ciò significasse entrare in un conflitto politico aperto con il presidente Trump.
Le parole di Filber squarciano il velo di ottimismo diplomatico che Washington sta cercando di cucire attorno all’asse con Teheran. Per Israele, la sicurezza del confine settentrionale e lo smantellamento delle minacce oltre la Linea Blu non sono negoziabili. Accettare un compromesso al ribasso in Libano, magari sotto la pressione di un’amministrazione americana in cerca di successi elettorali o di distensione a tutti i costi, viene percepito a Gerusalemme come un suicidio strategico.
Il messaggio che filtra da Tel Aviv è chiaro: l’alleanza con gli Stati Uniti resta un pilastro, ma non a spese della sopravvivenza e della sicurezza nazionale. Se la Casa Bianca chiederà passi indietro militari per non irritare l’Iran e i suoi alleati regionali (Hezbollah in primis), Netanyahu è pronto a dire di no, costi quello che costi.
Il “test” per il Premier israeliano non sarà dunque solo militare, ma squisitamente politico. Rifiutare le linee guida di Washington significa rischiare l’isolamento o, nel peggiore dei casi, uno scontro aperto con l’alleato storico.
Tuttavia, la dottrina della sicurezza israeliana non sembra disposta a fare sconti a nessuno. La determinazione a non arretrare dal Libano — dove l’Idf ha consolidato posizioni chiave per impedire il riarmo delle milizie sciite — dimostra che Gerusalemme considera la minaccia sul campo ben più concreta e immediata di qualsiasi promessa scritta su un pezzo di carta denominato “memorandum d’intesa”. La tensione è alle stelle: il braccio di ferro tra Netanyahu e l’Asse Washington-Teheran è appena cominciato.





