Che cosa insegna l’assoluzione al primo processo milanese sull’urbanistica
Giuseppe Roma su InPiù commenta la sentenza del processo milanese sulla gestione dell’Urbanistica. E’ finito con l’assoluzione, da parte del Tribunale di Milano, il primo dei numerosi procedimenti penali promossi dalla procura, per reati connessi alla gestione urbanistica della città. Secondo il Tribunale, il fatto accertato non costituisce reato in quanto gli imputati hanno agito senza dolo né colpa ma seguendo, in buona fede, una prassi autorizzativa sulle ristrutturazioni edilizie per cui la giurisprudenza penale, quella amministrativa e persino le sentenze della Corte Costituzionale non hanno, finora, fornito un’univoca interpretazione. Il caso concreto riguarda la realizzazione di un edificio – la Torre Milano in Via Stresa – di 24 piani, alto 85 metri, in sostituzione di due palazzine a uso ufficio di 2 e 3 piani , autorizzata dal Comune attraverso una Scia (Segnalazione Certificata di Inizio Attività).Una sentenza che ha riportato un certo grado di serenità nell’amministrazione locale, ma che lascia confuso e nebuloso il quadro legislativo in materiadi ristrutturazioni edilizie e rigenerazione urbana.
Ma da dove nasce un tale disordine normativo? La legge urbanistica generale del 1942, ancora in vigore, fu pensata per favorire l’espansione delle città, mentre oggi si tende a incentivare la riqualificazione di aree degradate già urbanizzate. Nel tempo sono stati introdotti alcuni correttivi per conciliare gli interessi pubblici, quelli fondiari e degli investitori privati. Nel 1977 il repubblicano Pietro Bucalossi, già sindaco di Milano, firmò da ministro dei lavori pubblici una legge i cui principi potrebbero venire in aiuto per sbrogliare la matassa attuale. Quella legge, infatti, separava lo “ius aedificandi” dalla proprietà del suolo, subordinando qualsiasi trasformazione urbanistica o edilizia del territorio comunale all’autorizzazione pubblica. La legge poi è stata abrogata confluendo in parte nel Testo Unico dell’edilizia. L’equivoco è pensare la ristrutturazione dell’esistente solo in termini di volumetrie. Cambiare destinazione d’uso (ad esempio da laboratorio artigiano a residenza per decine di famiglie) ha impatti evidenti sul quartiere in termini di servizi, parcheggi, infrastrutture (acqua, energia, gas). Passare da edifici bassi a fabbricati “high rise” comporta cambiamenti riguardo il soleggiamento o la vista del contesto in cui vengono inseriti. Una semplice dichiarazione di inizio attività può andar bene per rinfrescare un appartamento, ma forse non è sufficiente per cambiare radicalmente pezzi significativi delle città. Certo seguire normative ormai obsolete (dal piano generale a quello di dettaglio) non risponde alle esigenze di flessibilità e tempestività necessarie a riqualificare la città senza consumare nuovo suolo. Ma non mancano esempi virtuosi cui ispirarsi per una normativa equilibrata che tolga dal limbo legislativo gli interventi di ristrutturazione urbana. Riusciranno i nostri eroi parlamentari a darci regole chiare?





