Quindici anni di carcere per un’intervista alla tv israeliana, la condanna che scuote il Libano
Ariel Piccini Warschauer.
«Quindici anni. Quindici anni di prigione solo per essermi seduta in uno studio televisivo e aver risposto alle domande di un collega. Vorrei che le persone si fermassero un secondo a riflettere su questo dato, perché una volta che lo fai, capisci che l’assurdità della condanna è la vera chiave di tutta questa storia».
Raggiunta al telefono a tarda notte nella sua casa negli Stati Uniti, la voce di Maria Maalouf – celebre e discussa giornalista libanese di fede cristiano-maronita – tradisce la stanchezza di chi combatte da anni una battaglia solitaria, ma non la rassegnazione. Contro di lei, la scorsa settimana, il tribunale militare di Beirut ha emesso una sentenza pesantissima: 15 anni di reclusione in contumacia. L’accusa formale, che nel codice penale libanese equivale a un biglietto di sola andata per l’ostracismo politico, fa tremare i polsi: spionaggio, tradimento e collaborazione con il “nemico sionista”.
Il «crimine» commesso dalla Maalouf risale al 2021. Quell’anno, la reporter decise di rompere il più rigido dei tabù mediorientali concedendo un’intervista all’emittente radiotelevisiva pubblica israeliana Kan News. Davanti alle telecamere dello Stato ebraico, la giornalista aveva pronunciato parole di fuoco contro l’alleanza sciita filo-iraniana: «Hassan Nasrallah e il partito dell’Iran in Libano hanno preso lo Stato in ostaggio, riportandolo indietro all’età della pietra».
Una critica feroce che a Beirut, dove l’ombra del «Partito di Dio» si allunga su ogni istituzione, non è rimasta impunita. Il sistema giudiziario si è mosso con chirurgica lentezza ma inesorabile durezza. Nel 2022, la giudice investigativa del tribunale militare, Najat Abu Chacra, ha emesso il primo mandato di cattura internazionale. Fino al verdetto definitivo arrivato in questi giorni, blindato dal silenzio delle autorità libanesi che – denuncia la giornalista – non si sono nemmeno premurate di notificarle l’atto o di concederle il diritto alla difesa.
«C’è una differenza enorme tra il vivere all’estero perché costretti da motivi di sicurezza, e il vivere in esilio sapendo che sulla tua testa pende una condanna a quindici anni», spiega Maalouf. «Il primo scenario è una scelta dolorosa. Il secondo è una gabbia con mura altissime».
La reporter, che in passato ha intervistato capi di Stato ed è stata premiata per tre volte consecutive come «giornalista più coraggiosa» dal sindacato della stampa libanese, non è un bersaglio nuovo per le milizie di Beirut. Già nel 2018 era stata colpita da un mandato di cattura per un singolo post su Twitter in cui attaccava frontalmente i vertici di Hezbollah. «Il mio avvocato compilò un fascicolo dettagliato con oltre 500 minacce di morte e di stupro ricevute sui miei canali social da account legati al regime siriano e alla galassia di Hezbollah. Lo depositammo al dipartimento d’informazione libanese. Sapete quante di quelle persone sono state perseguite? Zero. Cinquecento minacce documentate e ignorate, mentre alla fine in carcere dovrei andarci io».
Ciò che inquieta maggiormente gli osservatori internazionali è la tempistica del verdetto, che arriva nel bel mezzo di un’ondata repressiva senza precedenti contro le voci della diaspora. Negli stessi giorni in cui è stata condannata la Maalouf, identica sorte (15 anni in contumacia per «collaborazione con il nemico») è toccata ad altri due cittadini libanesi residenti all’estero, Ahmad Yassine e Joumana Gebara.
L’affondo più duro della giornalista è rivolto però alla doppia morale dei tribunali militari di Beirut, accusati di agire come il braccio legale del movimento sciita: «Ecco il paradosso che tutti dovrebbero comprendere: mentre a me vengono inflitti quindici anni per un’intervista, lo stesso sistema giudiziario militare ha processato in questi mesi operativi di Hezbollah sorpresi a trasportare armi, in totale violazione dei nuovi divieti statali. Per loro la pena è stata simbolica: tempo già scontato e una piccola multa. Parole contro armi. Libertà di pensiero contro razzi di contrabbando. E la pena più dura tocca alle parole».
Il verdetto cristallizza il clima di profonda spaccatura che attraversa il Libano. Solo poche settimane fa, lo stesso presidente Joseph Aoun aveva pubblicamente attaccato l’influenza di Teheran e di Hezbollah sulla CNN, sottolineando come la popolazione sia esausta per i continui conflitti geopolitici combattuti sulla pelle dei civili. Ma se la politica prova a smarcarsi a parole, i tribunali continuano a tracciare una linea invalicabile.
«Non si può imbastire un serio dibattito nazionale sul futuro delle relazioni con i Paesi confinanti se la semplice apparizione su una tv straniera viene rubricata come alto tradimento», conclude amaramente la giornalista. «Anche una normalizzazione silenziosa e non ufficiale richiede una società a cui sia permesso, prima di tutto, il diritto di discutere».





