I difficili rapporti tra la Benemerita e la Repubblica di Salò
Luciano Luciani.
Non corse mai buon sangue tra la Benemerita e i neofascisti di Salò. Questi, infatti, guardarono sempre
con sospetto i Carabinieri, responsabili, ai loro occhi, di non pochi disastri occorsi al fascismo e ad
alcuni dei suoi maggiori esponenti. Non era stata forse l’Arma fedelissima, agli ordini del generale
Angelo Cerica, a partecipare al complotto che il 25 luglio ’43 aveva destituito Mussolini e portato al
suo arresto? E non erano state le Fiamme d’argento colpevoli della morte, avvenuta in circostanze poco
chiare a Fregene nella notte tra il 23 e il 24 agosto ’43, di Ettore Muti, soldato tanto coraggioso quanto
sfrontato e tracotante, però amatissimo dall’opinione pubblica fascista? Neppure i tedeschi nutrivano
particolari simpatie per il Corpo dei Carabinieri Reali, i cui militi, dopo l’8 settembre, in numerose
occasioni si erano contrapposti alle forze armate germaniche: in Grecia a Cefalonia, partecipando al
sacrificio della Divisione Acqui; in Jugoslavia, dove il tenente Pradini, il sottotenente Arcabasso e i
loro uomini condivisero le operazioni della Divisione Italiana Partigiana “Garibaldi”: dei circa 500
carabinieri che parteciparono alla costituzione di questa Divisione alla fine della campagna, 18 mesi
più tardi, erano sopravvissuti solo 94 carabinieri; in Italia, a Napoli, dove, l’11 settembre, i 14
carabinieri della stazione Napoli-Porto vengono trucidati per aver tentato di non cedere ai tedeschi
un’importante centrale telefonica, punto nevralgico del territorio campano; nella sfortunata difesa di
Roma: qui, il giorno 10 settembre, un battaglione di 600 uomini e uno squadrone di 200 carabinieri
della Legione Allievi, agli ordini dello stesso generale Cerica, affiancò i Granatieri di Sardegna e i
partigiani romani che alla Magliana, a Porta San Paolo, sulla via Ostiense si batterono con valore
contro i tedeschi per impedire l’occupazione della capitale. Ricercato dai nazisti, dopo lo scioglimento
del Comando dell’Arma, Cerica si rifugiò sulle montagne dell’Abruzzo dove per nove mesi partecipò
alla lotta partigiana.
È l’organizzazione dell’esercito di Salò che offrì ai neofascisti l’occasione per regolare i conti con
l’Arma: i carabinieri, che in Italia e all’estero hanno già conosciuto massacri e deportazioni,
nell’autunno 1943 sono costretti a sciogliersi nella Guardia Nazionale Repubblicana, insieme agli
uomini della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e della Polizia Africa Italiana, costituendo,
nelle intenzioni del suo promotore, Renato Ricci, una vera e propria polizia di partito. Un’operazione
destinata a rivelarsi fallimentare: il Corpo, infatti, fedele alla sua storia e alle sue tradizioni, oppone alle
intenzioni di fascisti e tedeschi una scarsa o nulla collaborazione alle direttive saloine, il sabotaggio
delle disposizioni riguardanti renitenti e disertori, i rapporti, che si faranno via via sempre più frequenti
e stretti, con le bande partigiane, le defezioni e l’abbandono dei ranghi. Comportamenti che si
moltiplicarono nella tarda primavera del ’44 quando i tedeschi imposero ai fascisti di Salò il progetto di
trasferire 10.000 carabinieri in Germania da utilizzare come manovalanza militare, realizzando un
doppio vantaggio per i nazisti: “allontanare dall’Italia una truppa che ha sempre obbedito di malavoglia
strizzando l’occhio ai “banditi” e sabotando lo sforzo del Reich; e sollevare in Germania da compiti di
retrovia soldati tedeschi indispensabili sul fronte dell’est e, poi, sul nuovo fronte francese” (G. Pansa, p.
112). Un disegno punitivo nei confronti dell’Arma i cui uomini, alla torsione in senso fascista e
filotedesco della propria storia, accentuarono, in maniera sempre più larga, dai quadri superiori ai
subalterni, pratiche di resilienza/resistenza che andavano dalla non collaborazione con le autorità a
forme di connivenza, sempre più spinta, con le formazioni partigiane. Nell’agosto 1944, rastrellati con
la forza, più di 7000 carabinieri, sui 44.000 in armi nella primavera dello stesso anno, sono costretti a
prendere la via della Germania e, una volta in terra tedesca, ridotti alla dura condizione di internati
militari: in una lettera a Göering del 9 ottobre 1944, Mussolini esibì come un titolo di merito l’aver
inviato nel Reich 7600 militari. La fine della storia del rapporto tra l’Arma e Salò è sancito da unadisposizione del capo di Stato Maggiore, generale Nicchiarelli, che stabilisce che dal 1 settembre 1944
tutti gli ufficiali, i sottufficiali, i graduati e i militi provenienti dal Corpo dei Carabinieri ancora in Italia
siano dispensati dal servizio, collocati in congedo e trasferiti ai rispettivi distretti militari. “Questa” –
avrà a dire Graziani in occasione del suo processo (Roma, ottobre ’48 – maggio ’50) – “fu l’ultima
liquidazione dei carabinieri”.





