Per Travaglio sbagliato chiedere le certificazioni antifasciste per partecipare a manifestazioni culturali
Il direttore Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano critica le richieste di certificazioni antifasciste per partecipare a manifestazioni culturali e difende il principio della libertà di espressione. L’editorialista giudica sbagliata la pretesa di sottoporre editori e autori a una sorta di “patentino” ideologico, ricordando che la Costituzione tutela il diritto di parola anche per chi sostiene idee considerate discutibili o lontane dal sentire comune. Travaglio prende spunto dalle polemiche sulla fiera “Più libri più liberi” e dalle contestazioni rivolte allo scrittore israeliano Eshkol Nevo. Pur ricordando che l’autore ha espresso critiche nei confronti del governo di Israele, sostiene che avrebbe comunque il diritto di intervenire pubblicamente anche se ne condividesse le posizioni. Allo stesso modo, chiunque deve essere libero di contestarlo o criticarlo. L’editorialista accusa però una parte del mondo culturale e mediatico di applicare criteri diversi a seconda delle circostanze. Richiama in particolare quanto avvenuto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando artisti, intellettuali e personalità della cultura russa furono esclusi da eventi o oggetto di contestazioni a causa della loro nazionalità o di presunte vicinanze al Cremlino. Cita inoltre episodi che hanno coinvolto studiosi, giornalisti e analisti critici verso la Nato o favorevoli a posizioni pacifiste, spesso accusati di essere filorussi. Secondo Travaglio, se si ritiene ingiusto attribuire ai cittadini israeliani le responsabilità delle scelte del governo di Israele, lo stesso principio dovrebbe valere per i cittadini russi rispetto alle decisioni del Cremlino. Più in generale, sostiene che la libertà di espressione abbia valore soltanto se viene riconosciuta anche a chi sostiene idee sgradite o molto lontane dalle proprie. L’autore conclude affermando che una democrazia autentica non può limitare il diritto di parola a chi condivide le opinioni prevalenti. La libertà, scrive, nasce per garantire il dissenso e il confronto tra posizioni diverse; se questo principio viene meno, il rischio è svuotare di significato lo stesso articolo 21 della Costituzione.




