Non dico che il Monte dei Paschi è perso ma la via per fermare intesa e tenere la Rocca autonoma è stretta
Pierluigi Piccini.
Lo dico subito, e in prima persona, perché su questo non mi nascondo dietro l’analista: parare nel senso forte — fermare Intesa e tenere il Monte autonomo — è la via più stretta che io riesca a immaginare. Mi prendo qualche giorno prima di metterlo nero su bianco come una sentenza, ma è prudenza, non incertezza. Voglio vedere muoversi le pedine. Quello che vedo, intanto, non mi conforta.
Il problema non è il temperamento di Lovaglio: tosto lo è, e nessuno glielo toglie. Il problema è la gabbia in cui si è chiuso da solo. Scattata l’offerta, il consiglio non può muovere un dito in difesa senza passare dall’assemblea dei soci — la stessa rete normativa con cui un anno fa lui aveva imprigionato Mediobanca, e che oggi imprigiona lui. È il contrappasso più amaro: l’architetto resta dentro la sua costruzione. E in quell’assemblea Lovaglio non ha un blocco che lo regga. È tornato in sella ad aprile con una maggioranza di circostanza — la lista di un azionista di minoranza, il voto di Castagna — non con un nocciolo stabile. Su un terreno così, ogni contromossa dev’essere benedetta da soci che, se il prezzo è giusto, hanno solo voglia di incassare.
E il prezzo, mi pare, è stato pensato bene. Intesa ha disinnescato in anticipo l’obiezione che sarebbe stata la vera arma di Siena, la concentrazione eccessiva: l’accordo con Unipol prepara già lo spezzatino, e così toglie a Lovaglio la leva da agitare davanti all’Antitrust. Quanto al rilancio, Messina ha fatto sapere che non ci sarà. O l’offerta basta da sé, o si vedrà. Le armi che restano sul tavolo senese sono tre, e le vedo tutte spuntate: una controfferta del Banco, che però è la metà del Monte e dovrebbe comunque passare dall’assemblea; una convergenza con chi insegue per conto proprio Generali e i propri disegni; e la sponda politica, dove però Roma è divisa con se stessa, perché un asse piace e l’altro era il sogno di chi siede al Tesoro. Mosse che possono alzare il prezzo, allungare i tempi, complicare la vita a Ca’ de Sass. Non, temo, vincere.
C’è poi un dettaglio che mi riguarda come cittadino prima che come osservatore. Anche nello scenario più “difensivo”, Lovaglio è l’uomo che dall’altra parte hanno già messo fuori dal futuro della banca. Può anche salvare il Monte, difficile e potrebbe perdere la sedia, ma non è detto che sia poi così. Gli scenari sono più complessi di quanto appare a prima vista.
Ed è qui che mi fermo, e mi chiedo cosa stiamo davvero difendendo. Parare Intesa per conservare cosa? Nello scenario migliore per noi — il terzo polo — il Monte si scioglie comunque in un corpo più grande; in quello peggiore l’insegna sopravvive perché qualcuno la ricompra e la cuce addosso a un’altra banca. In entrambi i casi resta in piedi il nome, non il soggetto. La contesa vera non è se il Monte resti senese: quello è stato deciso anni fa, mentre noi guardavamo altrove. È solo quale gruppo ne erediti le spoglie. Per questo mi do qualche giorno. Ma non per sapere chi vince: per decidere con che parole dire, a chi ancora ci crede, che di Siena, ormai, difendiamo soltanto il nome.





