Vannacci è l’interprete di umori e malcontenti diffusi in una parte dell’elettorato italiano
Il direttore Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano analizza l’ascesa politica del generale Roberto Vannacci, sostenendo che la sua recente esposizione televisiva abbia contribuito ad accrescerne visibilità e consenso. Secondo il direttore del quotidiano, uno dei punti di forza di Vannacci è proprio la capacità di presentarsi senza particolari mediazioni o adattamenti comunicativi, in contrasto con altri esponenti politici che, a suo giudizio, appaiono più costruiti. Travaglio descrive Vannacci come un interprete di umori e malcontenti diffusi in una parte dell’elettorato italiano: dalle preoccupazioni legate all’immigrazione alla critica delle spese per il sostegno all’Ucraina e per il riarmo, passando per la distanza percepita delle istituzioni europee e per l’idea di una sinistra concentrata soprattutto sulle questioni delle minoranze. A questo si aggiungerebbe la delusione di una parte degli elettori nei confronti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, accusati dall’autore di aver abbandonato molte delle posizioni sostenute in passato. L’editorialista ritiene però che il principale vantaggio politico di Vannacci derivi dalla tendenza di una parte della sinistra a evocare il rischio di un ritorno del fascismo, finendo così per rafforzare l’immagine del generale come figura di rottura e di ordine. Sul tema dell’immigrazione, Travaglio osserva che proposte come i rimpatri degli immigrati irregolari sono già previste dalle normative italiane ed europee, ma risultano difficili da attuare per ragioni pratiche, economiche e diplomatiche. A suo avviso, Vannacci presenta queste soluzioni come più semplici di quanto siano realmente. L’autore sostiene inoltre che il generale non abbia ancora dovuto confrontarsi con le responsabilità di governo, condizione che rende più facile avanzare proposte senza dimostrarne la concreta fattibilità. Infine, Travaglio evidenzia una contraddizione tra la critica di Vannacci al cosiddetto “sistema delle poltrone” e la sua permanenza al Parlamento europeo, seggio ottenuto con la Lega. Per questo conclude che la presunta “nuova destra” rischia di essere composta dagli stessi protagonisti della politica di sempre.





