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Il Libano si ribella al giogo dell’Iran e attacca Teheran

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un momento in cui il peso delle macerie diventa insostenibile, persino per una nazione abituata a convivere con i fantasmi della guerra civile durata per quindici anni e i ricatti del terrorismo di matrice iraniana. Quel momento, per il Libano, sembra essere arrivato. In un’intervista dirompente rilasciata alla Cnn, il presidente cristiano Joseph Aoun ha pronunciato parole che fino a ieri parevano impensabili, squarciando il velo di sottomissione che da decenni lega Beirut all’asse sciita radicale. «Il Libano non è il Paese di Naim Qassem», ha tuonato Aoun, riferendosi al leader di Hezbollah. «Siamo stufi. I nostri cittadini non meritano di vedere le proprie case distrutte ogni cinque o dieci anni per una guerra inutile contro Israele».

L’affondo più duro è diretto a Teheran. Aoun ha accusato apertamente la Repubblica Islamica di sfruttare il territorio libanese esclusivamente per i propri interessi geopolitici e di usare il Paese dei Cedri come  «merce di scambio» nei tavoli negoziali con gli Stati Uniti. Un concetto ribadito con ancora più durezza dal Premier sunnita Nawaf Salam, che ha imputato all’Iran la responsabilità diretta di aver portato «distruzione e rovina» nel Paese. Secondo Salam, il recente rifiuto iraniano della bozza di cessate il fuoco è la prova definitiva che quella in corso «non è la nostra guerra, ma un conflitto combattuto sulla nostra terra a spese dei nostri cittadini». Da Teheran il ministro degli Esteri Araghchi ha provato a replicare su X, ma la frattura ormai è insanabile.

La ribellione istituzionale di Beirut coincide con una fase cruciale della diplomazia. A Washington, i mediatori statunitensi stanno stringendo i tempi per un piano di pace che prevede l’istituzione di “zone pilota” sotto l’esclusivo controllo dell’esercito regolare libanese, imponendo il ritiro totale delle milizie di Hezbollah a nord del fiume Litani. Condizioni che il movimento terroristico bolla come una «resa», giurando di continuare a combattere nonostante i patti violati e le promesse disattese.

Ma l’isolamento dei filoiraniani all’interno del Paese è ormai evidente. La popolazione è stremata e i vertici dello Stato hanno deciso di interpretarne il sentimento profondo. Volgendo lo sguardo oltre il confine, Aoun ha teso la mano ai cittadini israeliani, chiedendo se vogliano davvero vivere in una «guerra perpetua» e definendo i negoziati un’opportunità storica per garantire sicurezza a entrambe le nazioni. La strada per la pace resta stretta ed estremamente pericolosa, e l’Iran non rinuncerà facilmente alla sua colonia più preziosa. Eppure, per la prima volta, da Beirut si leva un grido d’orgoglio e di vera sovranità nazionale: «Questo non è il vostro Paese, è il nostro».

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