Il ponte sul Serchio, impossibile trascurare Ungaretti che amò Lucca
Roberto Pizzi.
È viva anche oggi la polemica per l’intitolazione del nuovo ponte sul Serchio, con l’intervento sulla stampa di autorevoli personaggi della politica e della società lucchese che chiedono di scegliere il nome di Ungaretti, la cui figura artistica darebbe lustro alla città.
Pur rifuggendo dall’idolatria, avendo imparato dalla vita a mettere laicamente tutto in discussione, non riesco a capire come si sia potuti giungere a questo punto di trascuratezza nei confronti di unpersonaggio che – fra l’altro – scrisse un atto di amore verso la città d’origine dei suoi genitori, conquella poesia dal titolo “Lucca”, contenuta nella sua raccolta “L’Allegria” del 1919. Ogni tanto qualche suo verso mi torna alla memoria, facendomi riflettere e ringraziare oltre all’autore, quei vecchi insegnanti ormai scomparsi, che costringevano noi studenti riottosi ad imparare le poesie a memoria. Ne ripropongo il testo.
A casa mia, in Egitto, dopo cena, recitato il rosario, mia madre ci parlava di questi posti.
La mia infanzia ne fu tutta meravigliata
La città ha un traffico timorato e fanatico
In queste mura non ci si sta che di passaggio
Qui la meta è partire
Mi sono seduto al fresco sulla porta dell’osteria con della gente che mi parla di California come d’un suo podere
Mi scopro con terrore nei connotati di queste persone
Ora lo sento scorrere caldo nelle mie vene, il sangue dei miei morti
Ho preso anch’io una zappa
Nelle cosce fumanti della terra mi scopro a ridere
Addio desideri, nostalgie.
So di passato e d’avvenire quanto un uomo può saperne.
Conosco ormai il mio destino, e la mia origine.
Non mi rimane più nulla da profanare, nulla da sognare.
Ho goduto di tutto, e sofferto.
Non mi rimane che rassegnarmi a morire.
Alleverò dunque tranquillamente una prole.
Quando un appetito maligno mi spingeva negli amori mortali, lodavo la vita.
Ora che considero, anch’io, l’amore come una garanzia della specie, ho in vista la morte.
Scritta tra Parigi e Milano nel 1919, a 31 anni, nell’età matura di una vita dura già vissuta e patita in particolare per la devastante esperienza della guerra, Ungaretti confessa quasi che il suo legame istintivo, complesso, profondo, contraddittorio, non è con l’Alessandria d’Egitto dell’infanzia, né con la Parigi della sua turbolenza artistica, ma con Lucca, la terra natale dei suoi avi, la città dei suoi genitori. Ed è qui che riconosce le sue inestirpabili radici.
Lascia perplessi, pertanto, una certa indifferenza verso di lui mostrata dagli attori istituzionali di questa strana vicenda, che ci richiama alla mente un altro verso lirico, stavolta di un poeta inglese, John Milton, contenuto nel poema “Paradiso perduto”, nel quale si parlava del peso insostenibile della riconoscenza.





