Il bluff e la polveriera, così Trump scommette sul 21% di arsenale rimasto all’Iran
Ariel Piccini Warschauer.
Un numero preciso, quasi chirurgico, lanciato davanti alle telecamere della NBC come un ultimatum definitivo: “All’Iran resta solo il 21% della sua capacità missilistica”. Donald Trump sceglie ancora una volta la via della sottomissione psicologica dell’avversario, dichiarando che le forze armate di Teheran sono state “totalmente distrutte” dai pesanti raid congiunti israelo-americani. Quando la giornalista Kristen Welker lo incalza, chiedendo se la Casa Bianca conosca davvero l’esatta consistenza dei droni e dei vettori balistici rimasti in mano agli ayatollah, la risposta del tycoon diventa un classico del suo repertorio comunicativo: “Lo so quasi al numero esatto”.
Dietro la certezza sbandierata da Trump si nasconde però la complessa e opaca realtà dell’intelligence in Medio Oriente. Dire di conoscere “al millimetro” i depositi sotterranei della Repubblica Islamica — le celebri “città dei missili” scavate sotto le montagne di Zagros — è una scommessa politica ad altissimo rischio. Se da un lato è innegabile che la campagna di bombardamenti strategici degli ultimi mesi abbia inflitto colpi durissimi alla catena di montaggio e ai sistemi di difesa iraniani (le stesse fonti del Pentagono confermano la neutralizzazione di diverse fabbriche chiave di droni), dall’altro gli analisti militari occidentali invitano alla prudenza.
L’Iran ha passato gli ultimi tre decenni a decentralizzare la propria produzione bellica, occultandola in bunker ultra-profondi e affidandosi a una fitta rete di intermediari e proxy regionali. Calcolare una percentuale così netta — quel “21 o 22 per cento” evocato dal Presidente americano — sembra rispondere più a una logica di pressione psicologica e negoziale che a una fredda certezza matematica sul campo.
L’obiettivo finale di Washington, in fondo, traspare chiaramente dalle parole successive dello stesso inquilino della Casa Bianca. “Penso che non riescano a credere di essere stati virtualmente decapitati. Sono orgogliosi, ma non hanno scelta”, ha aggiunto Trump, esplicitando il vero fine del collasso militare di Teheran: costringerla a firmare un nuovo accordo globale, stavolta alle condizioni dettate unicamente dagli Stati Uniti e da Israele.
Il Presidente ha ribadito di preferire una soluzione “messa per iscritto” rispetto alla continuazione dei raid aerei distruttivi, ma la diplomazia del fatto compiuto comporta enormi incognite. A Teheran l’orgoglio ferito della leadership sciita è una variabile politica imprevedibile e pericolosa tanto quanto i missili residui nei silos. Il regime si trova ora di fronte a un bivio drammatico: accettare l’umiliazione del tavolo negoziale sotto il peso della propaganda americana, o tentare un’ultima mossa disperata per dimostrare al mondo che quel 21% è ancora sufficiente a incendiare l’intera regione.





