#ESTERI #ULTIME NOTIZIE

L’ingegnere delle bombe di Hezbollah ucciso dall’Idf ma Trump apre un canale segreto

Ariel Piccini Warschauer.

La guerra nel nord non si ferma, ma sotto la superficie dei bombardamenti e delle incursioni di terra si muovono canali diplomatici imprevedibili. Nelle stesse ore in cui le Forze di Difesa Israeliane (IDF) annunciavano l’eliminazione di uno dei quadri più strategici e sfuggenti di Hezbollah, da Washington il presidente Donald Trump scuoteva il tavolo delle trattative, rivelando un contatto diretto e inedito con il Partito di Dio finalizzato a un cessate il fuoco.

L’operazione mirata dell’intelligence e dell’aviazione israeliana ha portato all’uccisione di Abed Harb (noto nelle cerchie operative come Hajj Ghaleb), comandante supremo dell’unità ingegneristica di Hezbollah nel Libano meridionale. Non un comandante di prima linea qualunque, ma la mente tecnica dietro la rete di trappole esplosive e ordigni improvvisati (IED) che dal 2006 a oggi ha tormentato le truppe israeliane lungo la Linea Blu.

La sua eliminazione è un colpo durissimo alla capacità difensiva del gruppo sciita, proprio mentre Israele ribadisce che le operazioni militari continueranno fino al totale smantellamento delle infrastrutture a ridosso del confine.

A cambiare la narrazione di una giornata di sangue ci ha pensato il capo della Casa Bianca. Con il suo consueto stile diretto, Trump ha dichiarato di aver avviato un confronto con i vertici di Hezbollah per una tregua mediata dagli Stati Uniti. «Non mi hanno rifiutato», ha spiegato il presidente. «Ci hanno cercato, chiedendoci: “Che ne dite di fermarci?”. Credo che presto vedremo dei movimenti concreti su quel fronte». Se da un lato Trump si propone come il grande negoziatore per il Libano, dall’altro usa il pugno di ferro contro il grande vecchio dietro la galassia dei proxy sciiti: l’Iran. Con un avvertimento che gela i canali diplomatici europei, il presidente americano ha chiarito che l’amministrazione non cercherà un nuovo accordo sul nucleare (JCPOA) per frenare l’escalation di Teheran. «Non abbiamo bisogno di un accordo per raggiungere e neutralizzare l’uranio arricchito dell’Iran», ha scandito, lasciando aperta la porta a opzioni ben più drastiche se la soglia critica del break-out nucleare venisse superata.

Sullo sfondo di questa complessa partita geopolitica, si consuma una svolta storica nei rapporti sull’asse Washington-Gerusalemme. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dato il suo via libera preliminare a un piano del Partito Repubblicano per eliminare gradualmente gli aiuti militari diretti che gli Stati Uniti concedono annualmente a Israele.

Non si tratta di una rottura, bensì di una metamorfosi: l’obiettivo è trasformare Israele da beneficiario di sussidi a partner paritario. I fondi a fondo perduto verranno progressivamente sostituiti da investimenti congiunti in ricerca, sviluppo tecnologico e co-produzione di armamenti di ultima generazione. Una mossa che punta a garantire a Israele una maggiore indipendenza strategica, ma che priva lo Stato ebraico di un paracadute finanziario storico in un momento di massima vulnerabilità.

Nel frattempo, la terra continua a tremare. Tra i droni lanciati verso la Galilea e le macerie del Libano meridionale, la diplomazia corre sul filo del rasoio. Ma la sensazione, qui a Gerusalemme, è che i giochi veri si stiano decidendo a Washington.

L’ingegnere delle bombe di Hezbollah ucciso dall’Idf ma Trump apre un canale segreto

Camminare con gusto, al via la terza

Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Visualizza tutti i commenti