La destra attacca la festa del Quirinale ma salva Mattarella
Federico Capurso su La Stampa scrive delle accuse della destra alla festa organizzata dal Quirinale per la festa della Repubblica. Non hanno citato dal palco la prima donna presidente del Consiglio di questo Paese, «come se Giorgia non fosse mai esistita». Non hanno raccontato la destra moderna, ma «solo quella fascista e stragista». Non hanno parlato delle eccellenze di questi primi 80 anni della Repubblica. Mai un cenno a personaggi come Valentino Garavani, Adriano Olivetti, Enrico Mattei, e invece discorsi su discorsi per la mafia, il terrorismo, le stragi, i terremoti, «persino Ustica!». Poi hanno affrontato in modo scorretto il tema dei migranti. E hanno attaccato i no-vax: «Potevano risparmiarselo». Potevano – si sente dire ancora – chiamare qualche ospite di destra, non solo testimonial della sinistra. «È stato brutto, proprio brutto».
Tutto questo veleno, queste recriminazioni, scorrono da giorni come un fiume in piena nella destra italiana. Da quando, per la precisione, si sono spenti i riflettori sullo show per la festa della Repubblica voluto da Sergio Mattarella al Quirinale, la sera del 2 giugno, tra musicisti, attori, cantanti, scrittori. È un fastidio che hanno condiviso Giorgia Meloni, la sorella Arianna e il presidente del Senato Ignazio La Russa. E dalla trinità di Fratelli d’Italia, quell’acredine si è riversata sul partito inasprendo gli animi delle truppe. «Doveva essere una festa di condivisione nazionale e invece – si sente dire – l’hanno trasformato in un altro 25 aprile».
La rabbia della destra non è indirizzata contro il capo dello Stato, figurarsi. A Mattarella si dà atto di essere sempre stato corretto, super partes, ieri come oggi. Semmai, la colpa viene affibbiata a chi ha organizzato la serata in piazza del Quirinale, trasmessa in diretta dalla Rai. Chi ha vagliato il copione dello show, i testi degli artisti, la direzione del racconto sul palco è prima di tutto il portavoce di Mattarella, Giovanni Grasso. E con lui, Maurizio De Giovanni, lo scrittore che ha dato una mano al Colle in questa occasione. Ma tanto è l’astio che nel mirino finisce persino il regista Rai Salvatore Prefetto, che arriva a essere sospettato di amicizie e legami con la sinistra.
Non si capacitano, a Palazzo Chigi, di come Paola Cortellesi, l’attrice e regista di “C’è ancora domani” (il film che raccontò il primo voto delle donne, al referendum del 1946), abbia potuto parlare tanto a lungo del ruolo femminile in Italia senza mai citare la prima presidente del Consiglio donna di questo Paese, Giorgia Meloni. Non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi che sarebbe potuto risultare inelegante – se non proprio scorretto – portare alle celebrazioni per la festa della Repubblica il nome di chi è attualmente al potere. La considerano, piuttosto, una scelta politica. Una scelta contro di loro. Allo stesso modo, lo è quella di mostrare – accusano – come le donne abbiano subito trattamenti di sfavore solo sotto il Ventennio. Mentre non si è tutto risolto con il voto del ’46. Questo Cortellesi, per la verità, lo sottolinea, ricordando come ci sia ancora molto lavoro da fare nella lotta contro la violenza sulle donne e nel raggiungimento di una vera parità nel mondo del lavoro. «Appunto – insistono da destra – la prima premier donna fai finta non ci sia?».
Ma il problema è più largo della mancata celebrazione della presidente del Consiglio. Non è piaciuta nemmeno la selezione degli artisti: troppo “di sinistra”. Dentro FdI hanno messo in fila i nomi sgraditi. Non c’è solo Cortellesi. Anche l’attore Luca Zingaretti, fratello dell’ex segretario del Pd Nicola, o il regista e attore teatrale Massimo Popolizio. Ecco, non c’era nessuno dei “loro”, hanno notato: «È inaccettabile».
E ringhiano, con la stessa veemenza, contro la narrazione che è stata costruita nel corso della serata. Pensano che gli interventi che si sono succeduti sul palco abbiano raccontato una storia nella quale non è emersa la destra, la sua evoluzione in forza politica moderna, democratica, moderata. Nessuno pretendeva che non si parlasse del male del fascismo, ma dal punto di vista dei vertici di FdI ci si è fermati lì, alla lotta contro la dittatura di Mussolini, saltando poi a piè pari fino alla stagione delle stragi e dell’eversione nera negli anni Settanta. E da lì, più nulla. Sull’altro fronte sono state citate invece le partigiane Irma Bandiera, Tina Anselmi, Nilde Iotti e Teresa Mattei, poi diventate “madri costituenti”. Zingaretti ha ricordato il leader della Dc Aldo Moro. Si è reso omaggio al leader del Pci, Enrico Berlinguer. La destra, in platea, si è sentita esclusa.
Alla sgradita vicinanza culturale degli artisti invitati e ai mancati riferimenti storici del partito, si aggiunge – per i vertici di Fratelli d’Italia – il sospetto che ci sia stato un obiettivo politico anche nella selezione dei temi affrontati. Non è andato giù il modo in cui è stata presentata la questione migratoria: lo sguardo che dovrebbe essere benevolente nei confronti di chi arriva oggi, perché un tempo a partire eravamo noi. Una visione che – dentro FdI – viene considerata una delle cause delle morti in mare: «Non tiene conto del racket dei trafficanti di esseri umani». Mentre chi si è speso per fermarle – rivedicano – sarebbe stato proprio questo governo. Portano come prova il Piano Mattei voluto da Meloni, che si prefigge l’obiettivo di frenare le partenze dai paesi africani investendo in quei territori. Anche se nella pratica, come è stato dimostrato dalle inchieste di questi anni, non sempre è andata così.
Ha fatto infuriare anche il riferimento critico ai No-Vax, elettorato sempre accarezzato da Fratelli d’Italia. Avrebbero preferito che ci si limitasse a dire che gli italiani avevano risposto in massa a quelle che erano state le richieste dello Stato, senza attaccare chi aveva fatto il contrario.
Insomma, artista dopo artista, argomento dopo argomento, alla destra è sembrata sempre più un’operazione contro il governo. Per di più, a un anno dalle elezioni. Una festa nazionale, e di popolo, che dimentica proprio chi, come Meloni, ha costruito tutta la narrazione di sé e del suo governo intorno al legame con il popolo e all’idea di una nazione. Legami recisi, di colpo, in diretta tv.





