L’ex capo dell’intelligence israeliana esce di scena raddoppiando la posta sul futuro di Teheran
Ariel Piccini Warschauer.
Non è una questione di contenimento o di sventare la minaccia atomica. Per David Barnea, che lunedì sera ha salutato il Mossad dopo anni al vertice dell’intelligence israeliana, l’obiettivo strategico per il futuro dello Stato ebraico è uno solo, definitivo e senza appello: il cambio di regime a Teheran.
Durante la cerimonia di cambio al vertice del Mossad, i cui contenuti sono stati resi noti dall’agenzia questa mattina, Barnea ha scelto di non usare la diplomazia, preferendo parole che suonano come un manifesto politico e geopolitico per i prossimi anni. “Ho promesso che l’Iran non avrebbe mai ottenuto un’arma nucleare”, ha scandito l’ex capo delle spie israeliane, visibilmente determinato a lasciare un’eredità pesante. “Oggi, con il regime iraniano al suo punto più debole, più sfidato e ferito dopo la guerra del 2026, è il momento di completare il lavoro. È il momento di farla pagare a un regime che ha inciso sulla propria bandiera la nostra distruzione”.
La dottrina Barnea: “Obiettivo possibile”
Quello di Barnea non è un semplice sfogo d’addio, ma la teorizzazione di una strategia che l’ex capo del Mossad ritiene non solo auspicabile, ma concreta. “Ho creduto, e credo tuttora, che un cambiamento della realtà in Iran attraverso il rovesciamento del regime sia un obiettivo possibile e raggiungibile”, ha insistito, pur ammettendo che la caduta degli Ayatollah richiederà “persistenza, sangue freddo e dedizione assoluta alla missione”. Un compito che Barnea considera “un obbligo verso le generazioni future” e che, a suo avviso, dovrà rimanere la priorità assoluta dell’agenzia.
L’uscita di scena di Barnea mette in luce, ancora una volta, le diverse sfumature – se non le vere e proprie distanze – all’interno della leadership israeliana. Se l’ex capo delle spie si è concentrato sul futuro profondo dell’Iran, i discorsi delle massime cariche dello Stato hanno preferito guardare ai successi tattici del recente passato.
Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha focalizzato il suo tributo sul ruolo cruciale di Barnea nella spettacolare quanto devastante campagna di sabotaggio contro Hezbollah nel settembre 2024 – passata alla storia per l’esplosione coordinata dei cercapersone – e sulla successiva decapitazione del movimento sciita con l’eliminazione di Hassan Nasrallah. Il Presidente Isaac Herzog ha invece preferito ringraziare il capo uscente per il logorante lavoro diplomatico sotterraneo che ha permesso di portare a termine due dei tre accordi di rilascio degli ostaggi con Hamas, grazie alla mediazione del Qatar.
Le tensioni interne e la transizione con Gofman
Dietro la solennità della cerimonia si nascondeva però anche una forte tensione interna. Barnea cede infatti il comando al general maggiore Roman Gofman, una nomina che l’ormai ex capo del Mossad aveva osteggiato pubblicamente, spingendosi fino a presentare un ricorso davanti all’Alta Corte di Giustizia.
Una volta incassato il via libera dei giudici alla nomina di Gofman, tuttavia, Barnea ha scelto la via del pragmatismo istituzionale. In una lettera inviata a tutti gli operativi del servizio segreto, ha chiesto compattezza: “Mi aspetto che tutti voi sosteniate il generale Gofman e continuiate ad agevolare il suo ingresso nel ruolo nel miglior modo possibile. Il successo di Gofman è il successo del Mossad e dell’intero Stato di Israele”.
Un passaggio di consegne che Barnea ha voluto gestire con la massima fluidità e rispetto formale, nonostante le evidenti frizioni personali della vigilia. Gofman, rimasto in silenzio durante i saluti del suo predecessore, prenderà formalmente la parola nel pomeriggio di martedì per la cerimonia di insediamento. E sul suo tavolo, la “missione Iran” indicata da Barnea rimarrà il dossier più scottante di tutti.





