Intellettuali italiani tra Rinascimento e Controriforma
Luciano Luciani.
Convenzionalità, affettazione e un formalismo sempre più stanco sembravano essere i caratteri dominanti della letteratura del XVII secolo, percorsi però sotto pelle da una nuova, febbrile inquietudine. Nella coscienza dei letterati si agitavano tendenze e controtendenze: se il peso della grande tradizione portava al culto del passato, accentuandone e dilatandone canoni e moduli, schemi e motivi, nella circostante realtà politico-religiosa tutto congiurava a negare proprio i valori fondamentali della grande eredità cinquecentesca e ne sollecitava il rifiuto e la ripulsa. Ne derivò così un panoramacontraddittorio in cui vecchio e nuovo convissero, a volte nella coscienza e nella produzione di uno stesso artista.
Indiscutibile il quadro di una progressiva perdita d’identità e marginalizzazione della intellighenzia italiana, che non deve, però, essere interpretato come un improvvisa, verticale decadenza nelle qualità della vita intellettuale e artistica del nostro Paese. Il patrimonio culturale ereditato dal Rinascimento era troppo cospicuo per essere completamente dilapidato in un breve volgere di anni. Il crepuscolo della grande cultura italiana fu in grado di mandare ancora per qualche decennio intensi e luminosi bagliori. Certo, i gruppi intellettuali scontavano la crisi generale della società italiana, ma i loro prodotti – nella musica, nelle arti figurative, nelle lettere – si rivelarono ancora capaci di un’elevata qualità formale e di una raffinata eleganza. Tali caratteristiche – insieme a vizi di complicata esteriorità – avranno la poesia lirica dei napoletani Luigi Tansillo (1510-1568) e Giambattista Marino (1569-1625); le tragedie del ferrarese Giambattista Giraldi Cinzio, interessante teorico del teatro dell’orrido, autore di testi cupi e truculenti, conosciuti dallo stesso Shakespeare, nei quali quasi si cercava di conciliare il moralismo tridentino con le regole aristoteliche; le favole pastorali Il pastor fidodi Battista Guarini (1538-1612) e l’Aminta di Torquato Tasso (1544-1595)
Proprio nella tormentata vicenda intellettuale e umana di quest’ultimo autore meglio si rispecchiavano le contraddizioni di un’epoca. La sua irrequietezza, la sua infelicità, il suo stesso disagio mentale sono da interpretarsi non solo come tristi dati biografici, ma come la “sofferenza” di un’intera generazione di intellettuali dilaniati tra le ragioni “forti” della politica e della religione e quelle precarie della condizione umana quale l’aveva riscoperta il Rinascimento. Educato ai valori della classicità cinquecentesca e fornito di un’acutissima sensibilità etico-religiosa, il Tasso accettò soffrendo le rigide norme estetiche e morali fissate per i letterati dalla Controriforma riscrivendo La Gerusalemme liberata in ossequio all’Inquisizione, tormentandosi negli assilli religiosi sino alla follia.
Si dissolvono i generi e le diverse espressioni dell’arte tendono a fondersi: negli ultimi anni del Cinquecento: Firenze fa da madrina alla nascita del melodramma, un genere destinato a un grande avvenire, fiorito dall’intreccio tra la poesia e la musica. Il primo esempio di melodramma interamente cantato è con tutta probabilità la Dafne rappresentata durante il carnevale del 1595, libretto del poeta fiorentino Ottavio Rinuccini e musica di Jacopo Peri.
Anche l’inviso Machiavelli viene riletto secondo un’ottica controriformista dai gesuiti come Giovanni Botero (1544 -1617) e dai trattatisti cattolici. La sua lezione politica risultò però privata di ogni significato rivoluzionario, mentre la scoperta della ‘ragion di Stato’, intrecciata con i valori etico-religiosi ribaditi a Trento, fu ripensata a tutto vantaggio e maggior gloria del ‘principe’ cattolico, il cui potere assoluto divenne ora moralmente motivato e giustificato religiosamente.
Non ci fu campo del sapere, attività intellettuale, manifestazione dello spirito in cui non si dispiegasse puntuale, incalzante, sistematica l’offensiva della cultura cattolica. Invischiate in preoccupazioni moralistiche o distolte verso intenzioni edificanti o puramente evasive le arti figurative, censurate le più alte tradizioni letterarie – con l’Orlando Furioso, il Principe, e il Decameron che furono tra i primi a finire sull’Indice. Rigorosamente controllato il teatro, la cultura postridentina riuscì a produrre qualcosa di fortemente originale solo in campo musicale con la polifonia sacra di Pierluigi da Palestrina (1525-1594). La sua Messa di Papa Marcello, paragonata dall’allora papa Pio IV alle melodie celesti che l’apostolo Giovanni aveva potuto ascoltare nell’estasi, risolse il problema allora aspramente dibattuto all’interno del cattolicesimo se la musica fosse o meno tollerabile nella vita della Chiesa.
Mentre l’iniziativa cattolica procedeva su tutti i piani della cultura compreso quello scientifico – non si trascuri la riforma del calendario realizzata da Gregorio XIII (1572-1585) che mobilitò notevoli energie intellettuali e raccolse l’approvazione di scienziati come Copernico – si accentuò la crisi dell’intellettuale laico.
Tale figura sociale, cortigiana per storia tradizione e mentalità, priva di collegamenti con settori e strati precisi della società italiana, al più legata a un Signore che deriva gran parte del suo potere proprio dall’adesione al cattolicesimo e dai buoni rapporti con la massima espressione politico-secolare di quel potere religioso, ovverosia la Spagna di Filippo II, tra la fine del secolo e agli inizi del nuovo, ci appare disorientata, sconcertata, perplessa, impegnata nei mille rivoli di esperienze parziali, scarse di generale risonanza, poco o punto aggreganti e mobilitanti energie o coscienze.
Una chiara cifra interpretativa di questa fase controversa nella storia dei gruppi intellettuali ce la offre lo storico Giuliano Procacci quando scrive che “gli ultimi decenni del secolo XVI e i primi del secolo XVII traboccano di personaggi e di vite singolari, di “libertini”, di avventurieri intellettuali, di viaggiatori, di progettisti e utopisti… In un’età di disorientamento e di conformismo, di provincialismo e di cosmopolitismo, il prezzo dell’indipendenza intellettuale era assai speso la bizzarria e l’eccentricità”.
Eppure è proprio il travaglio di questi personaggi – un Tasso o un Caravaggio (1571-1610), un Bruno (1548-1600) o un Campanella (1568-1639) – incompresi dai contemporanei, spiritualmente tormentati, perseguitati dal potere, “disadattati” rispetto al loro tempo, perennemente “in esilio” o in ricerca – a riscattare le pigrizie e le negligenze, le piccole e le grandi viltà della maggioranza degli intellettuali italiani. Questi ormai si rivelano sempre più disposti, a mano a mano che si consolidano e si fanno definitive le due restaurazioni – quella religiosa e quella politica – ad adeguarsi all’esistente, a praticare una cultura statica di conservazione, a giocare un ruolo marginale e subalterno rispetto alle forze dominanti e agli sviluppi della società italiana.
Comunque è grazie al loro sacrificio – sostanziato di dolore “privato”, di peripezie “individuali”, di personalissime tribolazioni – e al loro eroismo (Bruno finisce sul rogo per difendere il proprio diritto alla libertà di coscienza e per lo stesso motivo Campanella trascorre quasi trenta anni in carcere) se non si estingue la grande tradizione culturale italiana e anzi, in un quadro di complessivo ripiegamento e regresso in senso provinciale, essa può continuare a mantenere fervidi collegamenti con la contemporanea riflessione e ricerca europee.





