Il futuro dell’Europa, disallineamento crescente tra le élite europee e gli elettori
In un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco riflette sul “disallineamento” crescente tra le élite europee e gli elettori rispetto al futuro dell’Europa. Secondo l’autore, molti leader condividono le analisi di Mario Draghi (nella foto) sulla necessità di riformare rapidamente l’Unione Europea per affrontare le nuove sfide geopolitiche ed economiche, ma esitano a tradurre questa consapevolezza in azione politica per il timore di perdere consenso. Panebianco richiama il concetto di “federalismo pragmatico” proposto da Draghi, sostenendo che possa funzionare solo se una parte ampia degli elettori europei comprenderà l’urgenza della situazione. Per decenni, osserva l’autore, il processo di integrazione europea fu sostenuto sia dalle élite sia dai cittadini, perché percepito come garanzia di stabilità e benessere. Questo equilibrio si sarebbe incrinato nel XXI secolo, in particolare dopo il referendum francese del 2005 sulla Costituzione europea e successivamente con la Brexit. Secondo Panebianco, il venir meno della sintonia tra governanti ed elettori dipende sia dalla crescente “politicizzazione” delle questioni europee, sia dalla fine dell’equilibrio internazionale nato durante la Guerra fredda. Con la scomparsa del sistema bipolare e della minaccia sovietica, gli elettori europei si sono mostrati più disponibili verso movimenti euroscettici o anti-europei. L’editoriale cita la crescita di forze come quelle guidate da Nigel Farage nel Regno Unito, Alternative für Deutschland in Germania e Rassemblement National in Francia, movimenti che spesso uniscono diffidenza verso l’Europa e atteggiamenti meno ostili verso la Russia di Vladimir Putin. Per Panebianco, il vero banco di prova resta la guerra in Ucraina: se l’Europa abbandonasse Kiev, rinuncerebbe anche alla possibilità di costruire una propria autonomia strategica. Per questo Draghi individua in un gruppo di Paesi europei favorevoli all’integrazione il nucleo di un futuro federalismo pragmatico. Tuttavia, conclude l’autore, tutto dipenderà dalla capacità dei leader europei di convincere gli elettori che maggiore integrazione e cooperazione sono necessarie per garantire sicurezza e prosperità future.





