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Politica

Voto sulla riforma elettorale nell’aula della Camera militarizzata

The voting result is determined from the ballot papers that are opened for counting

Antonella Coppari sul Quotidiano Nazionale scrive sulla riforma elettorale. Un voto in più a ogni giro di giostra. Il pallottoliere della terza fiducia sulla riforma elettorale — quella sull’articolo 3 che ridisegna i collegi altoatesini — si ferma a quota 228 sì. È un costante crescendo: uno in più di martedì pomeriggio, dopo il +1 sui 226 del primo vaglio. I numeri cambiano poco, ma in questo passaggio conta la psicologia: la maggioranza legge la tendenza al rialzo con scaramantico ottimismo.

Il clima regge, l’articolo 8 scivola via senza bisogno di blindature: con l’astensione delle opposizioni, passa la norma per il voto fuorisede di chi assiste familiari lontani, estesa al Senato ai caregiver.

La partita vera si gioca stamani. Il voto finale è segreto, ma l’emiciclo è così militarizzato da FdI da smontare in partenza agguati dei franchi tiratori. “Per domani è tranquilla?”. “Lo sono sempre”, liquida la pratica la premier, talmente sicura da non doversi materializzare a Montecitorio per ammonire i malintenzionati. Al varo dello Stabilicum, insomma, non sarà in Aula a festeggiare. Di rischi ce ne sono pochi.

La rassegnazione tra emiciclo e Transatlantico si taglia a fette e i mal di pancia nella maggioranza restano sottotraccia: approvare lo Stabilicum rischia di accelerare la corsa verso il voto a maggio, una prospettiva che spiazza gli alleati e toglie loro tempo per riorganizzarsi. Federico Fornaro (Pd) ne fa una fotografia nitida: “Il fuoco cova sotto la cenere, ma non vedo il fuochista”. Fanno spallucce persino i forzisti: “È più sensato votare a settembre, ma alla fine cambia poco”.

Su questa crepa gioca di sponda psicologica Nicola Stumpo, rivolgendosi a Lega e Forza Italia per spingerli ad affossare lo Stabilicum: “Non fidatevi di Meloni, non mantiene le promesse. L’unica possibilità per votare in autunno è bocciare questa legge”. Un anno, in effetti, basterebbe appena ai partner di governo per leccarsi le ferite. Analisi tendenziosa che difficilmente farà breccia: i bookmaker danno quasi per certo il ritorno alle urne a maggio con election day. Data comoda per Palazzo Chigi: sterilizzare l’impatto di flop locali su un voto a settembre e anticipare i possibili contraccolpi di una crisi finanziaria globale attesa in autunno.

I pronostici possono sbagliare, ma basta guardare ai vuoti in Aula al Senato per farsi un’idea: se manca così spesso il numero legale, “è perché forzisti e salviniani non aspettano l’ufficialità e sono già a battere le rispettive circoscrizioni palmo a palmo”, spiega Alessandro Alfieri (Pd). Il centrosinistra protesta ma sposta già il mirino sulla Consulta. Lunedì schiererà parlamentari e costituzionalisti in conferenza stampa per annunciare i ricorsi e aprire la sfida decisiva davanti alla Corte Costituzionale.

In Aula, intanto, per aggirare i controlli allestiti dal sottosegretario Alfredo Mantovano, le minoranze chiedono al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, di ripristinare l’antico sistema delle palline e delle urne. Fontana declina con garbo istituzionale appellandosi alla “responsabilità di ciascuno”: le regole parlano chiaro e la prassi manuale scatta solo se il sistema elettronico va in tilt. L’unica incognita, a questo punto, restano le migrazioni tattiche dei parlamentari-vedetta, pronti a spostarsi sugli scranni più alti dell’emiciclo per sorvegliare dall’alto le mosse dei colleghi. Su un altro fronte, Riccardo Magi (+ Europa) tira dritto. Da una settimana in sciopero della fame, incassa l’applauso delle minoranze bocciando la mediazione del governo sul suo odg per le firme digitali: un sì derubricato a semplice “raccomandazione”. Un contentino rispedito al mittente — “la premessa per non fare nulla” — promettendo battaglia nelle dichiarazioni di voto.

Ma Meloni guarda già oltre. In veste di “generalessa”, sta riorganizzando le truppe: il dibattito sulla legge elettorale ha fornito l’occasione per arruolare Cateno De Luca e il suo Sud chiama Nord. L’accordo è già fatto, suggellato dal voto favorevole del deputato Francesco Gallo allo Stabilicum. L’obiettivo è formare una nuova componente nel Gruppo Misto, abbassando la soglia delle firme per le elezioni da 6.000 a 1.500 per collegio.

Servendo tre nomi per la componente e con Gallo unico eletto, il piano prevede il “soccorso” parlamentare di Fratelli d’Italia con il prestito di due deputati (Messina e Pisano?). Resta da capire se ScN correrà da solo, sperando di primeggiare sotto la soglia del 3% scavalcando Noi Moderati, o se farà cartello con il partito di Lupi per evitare una guerra fratricida. Una strategia dettata dalla convinzione di Giorgia Meloni che per moltiplicare i voti serva squadernare una quantità di liste civiche minori acchiappavoti. Un modello che ricalca quello del campo largo, confermando come le geometrie elettorali della premier e di Elly Schlein si somiglino ogni giorno di più.

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