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Tra i caffè di Teheran e l’ombra dei caccia

Ariel Piccini Warschauer.

Nelle strade di Teheran il traffico è, come sempre, un groviglio inestricabile di clacson e fumi di scappamento. Nei caffè di viale Vali-e-Asr, i giovani discutono davanti a un espresso, gli schermi degli smartphone illuminano volti stanchi. Sembrerebbe la normalità di una metropoli mediorientale, se non fosse per quell’aria densa, elettrica, che precede i temporali peggiori. “Questa volta è diverso”, sussurra un negoziante tra le pile di tappeti del Gran Bazar. “Non è più una guerra per procura in Libano o in Siria. Molti di noi sentono che questa è diventata una guerra contro l’Iran stesso”.

Per decenni, il regime degli Ayatollah ha combattuto Israele attraverso i suoi “proxy”, mantenendo il conflitto lontano dai confini nazionali. Ma il reportage esclusivo pubblicato da Haaretz — frutto di una rara visita di quattro giorni in un Paese quasi totalmente precluso alla stampa internazionale — racconta una realtà mutata. Il sentimento dominante tra i civili non è il fervore ideologico dei poster di regime, ma una profonda, cupa rassegnazione.

La percezione pubblica è cambiata: la “guerra a bassa intensità” è finita. Gli attacchi diretti tra Teheran e Tel Aviv hanno squarciato il velo di sicurezza. Se prima la minaccia era un’astrazione politica, oggi è una possibilità concreta che vola sopra i tetti di Isfahan e delle centrali elettriche.

Il divario tra la retorica del potere e la vita reale non è mai stato così ampio. Mentre i cartelloni ufficiali celebrano la “resistenza”, la gente comune conta i rial necessari per comprare il pane. L’inflazione erode i risparmi e la paura più grande non è solo l’esplosione di una bomba, ma il collasso definitivo di un’economia già in ginocchio. I cittadini temono che le ritorsioni colpiscano le infrastrutture energetiche. Senza elettricità e gas, in un Paese che vive di esportazioni petrolifere, la sopravvivenza quotidiana diventerebbe impossibile. Nonostante la repressione, il distacco emotivo dalle ambizioni regionali del regime è evidente. “Perché spendiamo miliardi fuori quando qui mancano i medicinali?”, è la domanda che circola sottovoce.

L’Iran descritto in questi giorni è una nazione che guarda il cielo con un misto di sfida e di terrore. Non c’è entusiasmo per il conflitto, solo il desiderio che la tempesta passi il più velocemente possibile senza distruggere ciò che resta della classe media. La “normalità” che si vede nelle piazze è una facciata, un meccanismo di difesa necessario per non impazzire nell’attesa di un attacco che tutti considerano inevitabile.

La sensazione, tornando da Teheran, è quella di un popolo ostaggio: da una parte un governo che ha scommesso tutto sulla sopravvivenza ideologica, dall’altra una comunità internazionale che sembra aver finito la diplomazia. In mezzo, milioni di persone che chiedono solo di non essere le prossime vittime di una guerra che non sentono loro, ma che ora bussa direttamente alla loro porta.

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