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Tempesta sul cessate il fuoco, la parola pace in Medio Oriente resta un concetto tragicamente astratto

Ariel Piccini Warschauer.

Nemmeno il tempo di entrare in vigore che la tregua tra Israele e Hezbollah, faticosamente mediata dall’amministrazione Trump, mostra già crepe drammatiche che rischiano di trascinare il Medio Oriente in un’escalation incontrollabile. Nelle ultime ore, il fronte meridionale del Libano è tornato a infiammarsi bruscamente, mentre a livello diplomatico si registra un pericoloso stallo nei colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran a causa di una prova di forza di Teheran sulle rotte petrolifere globali.

La pioggia di razzi sul confine e la rappresaglia israeliana

La scintilla che ha congelato le speranze di una de-escalation è scattata nella notte di sabato, quando le milizie di Hezbollah hanno lanciato circa 50 razzi contro le postazioni dei soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ancora schierate nel Libano meridionale. Il commando del gruppo sciita ha rivendicato l’azione dichiarando che non esiterà «a contrastare qualsiasi tentativo da parte di Israele di impadronirsi della terra libanese».

La risposta di Gerusalemme non si è fatta attendere. Accusando la fazione filoiraniana di “palesi e ripetute violazioni” dell’accordo, i caccia e i droni dell’IDF hanno scatenato una pesante ondata di raid aerei di rappresaglia, colpendo decine di obiettivi nel distretto di Nabatieh e nel sud del Paese. Sotto il fuoco israeliano sono finiti depositi di armi, centri di comando e rampe di lancio. I media libanesi riferiscono di pesanti distruzioni e di un bilancio iniziale che conta diverse vittime, tra cui civili e un militare dell’esercito regolare di Beirut. Da parte sua, lo stato maggiore israeliano ha ribadito l’impegno teorico a mantenere la tregua, chiarendo però che «non tollererà alcuna minaccia contro le proprie forze e risponderà con la massima fermezza».

Il bluff dello Stretto di Hormuz e lo stallo diplomatico

I riverberi del conflitto sul campo hanno immediatamente congelato l’attività diplomatica che si stava faticosamente avviando in Svizzera, dove delegati statunitensi e iraniani avrebbero dovuto dare seguito al Memorandum d’Intesa firmato in settimana. La tensione è salita alle stelle dopo che i media statali di Teheran hanno annunciato che il Comando centrale delle forze armate iraniane ha ordinato la chiusura dello Stretto di Hormuz, definendola una risposta diretta ai continui attacchi di Israele contro Hezbollah.

La minaccia di bloccare il corridoio dove transita un quinto del petrolio mondiale ha costretto il Vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, a posticipare temporaneamente il suo viaggio programmato verso Bürgenstock per guidare i negoziati nucleari e di stabilizzazione. Intervenendo ai microfoni di Fox News, Vance ha cercato di gettare acqua sul fuoco dell’allarmismo economico globale, minimizzando le dichiarazioni iraniane: «Al momento non vi è alcuna prova fattuale che l’Iran stia effettivamente chiudendo lo Stretto di Hormuz, nonostante gli annunci della loro propaganda di Stato».

Vance ha rassicurato gli alleati spiegando che gli inviati speciali della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner, si trovano già in terra svizzera e che la sua partenza verrà riprogrammata “nei prossimi giorni”, non appena i protocolli diplomatici e il delicato coordinamento logistico lo permetteranno.

La realtà geopolitica che emerge da queste ore frenetiche è quella di una ragnatela di alleanze e veti incrociati sempre più tesa: da un lato l’Iran utilizza il dossier libanese e le minacce alle rotte marittime come leva di pressione sui mediatori occidentali; dall’altro, la fragilità intrinseca della tregua sul terreno dimostra che, senza un reale disarmo delle milizie e un ritiro concordato, la parola “pace” in Medio Oriente resta un concetto tragicamente astratto.

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