Tajani, Michelotti, il Monte dei Paschi e la comunità
Paolo Benini.
Questa non è una riflessione politica. E non potrebbe esserlo, perché la politica appartiene a un piano diverso da quello che abitualmente osservo e sul quale lavoro. Non un piano superiore o inferiore, semplicemente un piano differente. Il mio interesse riguarda soprattutto i processi psicologici, culturali e identitari che guidano individui e collettività. Si tratta quindi di una lettura parziale, discutibile e certamente bisognosa di ulteriori approfondimenti, ma che nasce dall’osservazione di alcuni meccanismi che considero centrali nella costruzione dell’identità individuale e collettiva.
È da questa prospettiva che mi ha colpito la dichiarazione di Antonio Tajani sul futuro del Monte dei Paschi di Siena: «Siamo per il libero mercato nel rispetto delle regole». È una frase corretta sul piano formale, ma che, applicata a una realtà come il Monte dei Paschi, mi sembra lasciare irrisolto un problema più profondo. Il Monte non è stato soltanto una banca. È stato per secoli parte integrante della narrazione di Siena, della sua immagine, della sua struttura sociale e della percezione che la città ha avuto di se stessa. Per questo motivo, almeno a mio avviso, il suo destino non può essere letto esclusivamente attraverso categorie economiche.
La storia, sia individuale sia collettiva, non è qualcosa di immobile. Deve essere continuamente reinterpretata, adattata ai tempi e resa compatibile con le trasformazioni economiche e sociali. Proprio per questo non va confusa con la conservazione passiva dell’esistente. Una comunità che si limita a difendere ciò che possiede senza comprendere il cambiamento finisce inevitabilmente per essere travolta da esso. Da questo punto di vista Siena rappresenta, a mio giudizio, anche un esempio di come una storia importante possa non riuscire a compiere la propria evoluzione. La città si è trovata a gestire una concentrazione straordinaria di risorse, prestigio e potere in una fase di profonda trasformazione economica e culturale, ma ha spesso reagito arroccandosi sulle proprie posizioni. Peggio ancora, ha affidato ruoli decisivi a figure che si sono dimostrate largamente inadeguate rispetto alla complessità del compito storico richiesto. Non si trattava di conservare il passato, ma di accompagnarlo nel futuro. Quando una classe dirigente non è all’altezza di questa funzione, non difende la storia: contribuisce alla sua progressiva irrilevanza.
Tuttavia questo non autorizza a compiere l’errore opposto. Se una comunità non può vivere di sola conservazione, non può nemmeno vivere di solo mercato. Il mercato è uno strumento potente ed efficace, ma non può diventare l’unico criterio attraverso cui valutare istituzioni che hanno contribuito per secoli a costruire l’identità di una comunità. Come accade per un individuo, anche una collettività deve evolvere, ma l’evoluzione non coincide con la cancellazione. Crescere significa cambiare mantenendo una continuità con ciò che si è stati. Significa innovare senza dissolvere completamente le strutture simboliche che danno senso all’esperienza collettiva.
Va inoltre precisato che questa riflessione non nasce da una particolare nostalgia personale. Al contrario. Nel corso della vita ciascuno evolve, modifica le proprie convinzioni, riconsidera valori che un tempo riteneva assoluti e scopre che ciò che appare naturale o inevitabile è spesso il prodotto di una specifica storia culturale. Personalmente considero questo processo una forma di maturazione. Alcuni valori rimangono, ma accompagnati dalla consapevolezza che avrebbero potuto essercene altri, altrettanto plausibili, in altre epoche e in altri contesti. In un certo senso, attraverso la propria evoluzione individuale è possibile persino prendere una certa distanza dalla propria storia, senza per questo rinnegarla.
Tuttavia il punto non è la mia posizione personale. Le comunità non sono composte da individui identici. Non tutti seguono lo stesso percorso, non tutti desiderano emanciparsi nello stesso modo dalle proprie appartenenze e non tutti attribuiscono lo stesso significato alle radici storiche e culturali. La mia prospettiva non è né superiore né inferiore ad altre: è semplicemente una delle tante possibili. Anzi, probabilmente la maggior parte delle persone mantiene un legame identitario con la propria storia molto più forte di quanto faccia io stesso. Per questo istituzioni, tradizioni e simboli collettivi meritano cautela e rispetto. Non perché siano immutabili, ma perché costituiscono l’architettura psicologica attraverso cui molte persone organizzano il proprio senso di appartenenza.
Ed è proprio qui che nasce una domanda che, questa sì, riguarda indirettamente la politica. Mi domando che cosa pensino di una simile impostazione i vertici locali del partito del Ministro degli Esteri e, in particolare, l’Onorevole Francesco Michelotti. Non per una polemica, ma per una curiosità intellettuale. La cultura della destra, nelle sue molteplici declinazioni, ha storicamente attribuito un valore centrale ai temi dell’identità, dell’appartenenza, della continuità storica e del radicamento. Naturalmente si tratta di identità vive, capaci di evolvere e adattarsi, non di reliquie da museo.
Proprio per questo trovo interessante capire come venga conciliata una visione che pone il libero mercato al centro della riflessione con una tradizione culturale che, da Julius Evola a Ezra Pound, ha spesso guardato con forte sospetto a ogni riduzione dell’uomo, della comunità e della storia a semplici categorie economiche. Anzi, una parte significativa di quella tradizione ha sostenuto che capitalismo moderno e marxismo, al di là delle loro evidenti differenze politiche ed economiche, condividessero una comune impostazione materialistica, fondata sull’idea che i processi economici costituissero il fattore predominante nell’organizzazione della vita collettiva. Non possiedo le competenze per entrare nel merito filosofico di una simile affermazione, ma è difficile non osservare come essa sembri porre interrogativi ancora attuali quando il valore di una realtà storica viene ricondotto prevalentemente alla sua funzione economica.
Il problema, quindi, non è il cambiamento. Il problema è la sostituzione della storia con il solo mercato, dell’identità con la sola efficienza, della memoria con il solo calcolo economico. Le comunità, come gli individui, non vivono soltanto di efficienza: vivono anche di memoria, appartenenza e continuità. Quando questi elementi vengono ignorati, ciò che si ottiene può essere economicamente più ordinato, ma spesso culturalmente più povero.
Per questo mi interesserebbe conoscere il pensiero dei vertici locali del partito del Ministro degli Esteri e, in particolare, dell’Onorevole Francesco Michelotti. Non per alimentare una polemica, ma per comprendere come venga conciliata questa visione con una tradizione culturale che ha sempre sostenuto che una comunità sia qualcosa di più della somma dei suoi interessi economici. Per questo attendo con interesse le eventuali riflessioni dei succitati soggetti, sempre che una riflessione su questi temi esista e sia mai esistita. Sono certo che le risposte saranno lunghe e articolate.





