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Stretto di Hormuz, l’ordine mondiale dell’energia appare compromesso e le cancellerie cercano nuove rotte di approvvigionamento

Luigi Chiarello su Italia Oggi analizza gli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha innescato una reazione a catena nel sistema energetico globale, con rincari per i Paesi importatori e un riassetto delle alleanze tra produttori, fino a incrinare equilibri consolidati. L’ordine mondiale dell’energia appare compromesso e le cancellerie cercano nuove rotte di approvvigionamento. In questo contesto si inseriscono due eventi ritenuti decisivi. Il primo riguarda l’Indopacifico, dove la Cina utilizza l’energia come strumento geopolitico: mentre aumenta la pressione su Taiwan, isolandola anche diplomaticamente, Pechino ha rilanciato l’export di carburanti verso il Sudest asiatico, privilegiando Paesi come Filippine e Vietnam, nonostante le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. Questa “diplomazia del barile”, guidata da Xi Jinping, risponde a una logica politica più che di mercato, selezionando i partner da sostenere e rafforzando l’influenza cinese nell’area. I dati mostrano un aumento significativo delle esportazioni verso diversi Paesi asiatici, a fronte di un calo verso altri, come il Sudafrica. Il secondo evento è l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec, scelta che segna una rottura significativa all’interno del sistema petrolifero dominato dall’Arabia Saudita e influenzato anche dalla Russia attraverso l’Opec+. La decisione di Abu Dhabi è interpretata come politica oltre che economica: mira a ottenere maggiore autonomia su prezzi e clienti, anche alla luce delle tensioni con l’Iran, e rafforza al contempo i legami con Israele e con gli Stati Uniti, interessati a ridimensionare il peso del cartello petrolifero. Nel complesso, il commento evidenzia come la crisi energetica stia accelerando una ridefinizione degli equilibri geopolitici globali, in cui l’energia diventa leva strategica di potere.

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