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Giorgia Meloni si riallinea a Washington o mantiene una postura più autonoma

Piero Ignazi sul Domani descrive la visita di Marco Rubio come un passaggio complesso per il governo italiano, alle prese con una recente incrinatura nei rapporti con gli Stati Uniti dovuta alla presa di distanza, seppur moderata, sulle scelte americane in Medio Oriente e alla difesa di papa Leone XIV. La frattura viene considerata ricomponibile attraverso i consueti strumenti diplomatici, ma il punto centrale riguarda la scelta politica di Giorgia Meloni: riallinearsi completamente a Washington o mantenere una postura più autonoma. Un ritorno alla normalità senza conseguenze evidenzierebbe una fragilità della leadership, incapace di sostenere una linea indipendente. In questa direzione andava invece la partecipazione agli incontri europei dei “volenterosi”, interpretata come un segnale di attenzione agli interessi nazionali e di maggiore integrazione nel contesto europeo, anche attraverso il riavvicinamento a Emmanuel Macron. Tuttavia, la premier si muove in un equilibrio instabile, cercando di rilanciare la propria posizione dopo la sconfitta referendaria e di contrastare un mutato clima di opinione che si riflette sia nell’elettorato sia nei settori dell’establishment, sempre meno favorevoli. In questo quadro, la politica estera diventa uno strumento per ridefinire il proprio profilo e recuperare consenso, anche attraverso un possibile riposizionamento verso l’Europa. Tale scelta appare oggi più praticabile anche per l’evoluzione della stessa Commissione europea, percepita come meno distante dalle posizioni conservatrici. Resta però un nodo decisivo: la reazione degli Stati Uniti. Se Washington accetterà il riequilibrio italiano, la transizione potrà avvenire senza scosse; se invece Rubio dovesse chiedere un allineamento esplicito al trumpismo, Meloni sarà costretta a scegliere tra il consolidamento della svolta europea, con possibili tensioni transatlantiche, o il ritorno a una posizione subordinata agli Stati Uniti. Nel primo caso guadagnerebbe autonomia politica, nel secondo prevarrebbe una linea difensiva centrata sulla fedeltà all’alleato americano.

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