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Sanzioni Ue, lo schiaffo a Gerusalemme: “Parallelismo indegno con i terroristi”

Ariel Piccini Warschauer.

L’Europa dei burocrati torna a colpire, e lo fa con la solita, maldestra pretesa di impartire lezioni morali a chi, da decenni, combatte in prima linea per la propria sopravvivenza. Il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea ha dato il via libera a un nuovo pacchetto di sanzioni che mette nello stesso calderone cittadini israeliani e i terroristi di Hamas. Un’operazione di “equidistanza” che non è solo politica, ma profondamente etica, e che ha scatenato l’ira di Gerusalemme.

Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, non ha usato giri di parole per definire l’iniziativa di Bruxelles: un “parallelismo indegno”. Attraverso un duro messaggio su X, Sa’ar ha denunciato la scelta arbitraria di colpire entità e individui israeliani per le loro opinioni politiche.

“Si tratta di una falsa equivalenza morale completamente distorta”, ha tuonato il capo della diplomazia israeliana, rigettando il paragone tra chi vive nelle terre dei propri padri e chi pratica il terrore su scala globale.

Il casus belli riguarda le sanzioni imposte a tre cittadini israeliani e quattro organizzazioni attive in Cisgiordania, accusati di violenze contro la popolazione palestinese. Per mesi, il provvedimento era rimasto congelato grazie al veto del governo ungherese, un baluardo che però, dopo il recente cambio della guardia a Budapest, ha ceduto il passo al nuovo corso di Bruxelles.

Ma il punto non è solo tecnico, è identitario. Sa’ar ha ribadito con forza un concetto che l’Europa sembra voler ignorare come Il diritto storico: “Nessun altro popolo al mondo ha un diritto così documentato e antico sulla propria terra come quello che il popolo ebraico ha sulla Terra di Israele”. 

Il tentativo di utilizzare le sanzioni come clava per imporre un’agenda politica esterna è visto da Gerusalemme come un’ingerenza inaccettabile.

Dall’altra parte della barricata, l’Alta rappresentante UE Kaja Kallas esulta per la fine dello stallo: “Estremismo e violenza hanno conseguenze”, ha dichiarato. Eppure, colpisce la sproporzione simbolica: nello stesso provvedimento in cui si colpiscono dieci figure apicali di Hamas — l’organizzazione responsabile del massacro del 7 ottobre — si infilano sanzioni contro civili israeliani, quasi a voler “bilanciare” le colpe per non scontentare le cancellerie più ostili allo Stato ebraico, come Francia e Spagna. 

Questa mossa dell’Unione Europea puzza lontano un miglio di pregiudizio anti-israeliano. In un momento in cui l’Occidente dovrebbe stringersi attorno all’unica democrazia del Medio Oriente, Bruxelles sceglie la via della burocrazia punitiva. Sanzionare dei cittadini per le loro convinzioni sull’insediamento nel “cuore della patria” ebraica, mettendoli sullo stesso piano dei vertici di un movimento jihadista, non è giustizia: è un errore geopolitico che rischia di allontanare ulteriormente l’Europa da un alleato fondamentale.

Israele ha già fatto sapere che non arretrerà. Il diritto morale e storico di un popolo non si cancella con un timbro apposto in un ufficio di Bruxelles.

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