Quell’arcivescovo che portò l’Ignis a Siena e si occupava di risolvere i problemi più che delle poltrone
Stefano Bisi.
Il tempo fa dimenticare e anche gli arcivescovi di Siena vengono ricordati solo da chi li ha conosciuti. Eppure, uno di loro, Mario Ismaele Castellano ha avuto un ruolo determinante nella soluzione di alcuni problemi della città. In una fase di spopolamento delle campagne riuscì a far arrivare a Siena lo stabilimento industriale Ignis. A quel tempo alcuni vescovi pensavano più alla soluzione dei problemi che alle designazioni nei vari enti. Ricordo la sua azione positiva nel libro “Facce da Monte” edito da Betti. Era il 3 aprile 1967 quando l’allora presidente del consiglio dei ministri Aldo Moro inaugura lo stabilimento di viale Toselli, voluto da Giovanni Borghi, l’imprenditore venuto dal nulla, creatore di un impero e mecenate in ambito sportivo che legò il suo nome alla stagione d’oro del basket a Varese, sette volte campione d’Italia, quattro re d’Europa e tre campione del mondo.
Perché il commendatore lombardo abbia scelto Siena per costruire uno stabilimento della Ignis si è saputo poco ma un ruolo fondamentale devono averlo giocato il presidente del Monte dei Paschi Danilo Verzili, il sindaco socialista Ugo Bartalini, che indossò la fascia tricolore dal 1960 al ‘65, il suo successore Fazio Fabbrini, comunista e primo cittadino per due anni, e il parlamentare del Psi Loris Scricciolo. Ma fu determinante l’arcivescovo Mario Ismaele Castellano. Si deve molto a lui, alle sue entrature romane se la città ha avuto uno stabilimento industriale di quelle dimensioni.
Castellano diventò arcivescovo di Siena il 6 giugno del 1961, nominato da papa Giovanni XXIII, e fece ingresso tra le mura il 15 agosto arrivando da Porta Romana. Capì subito che la sua diocesi aveva bisogno di assicurare lavoro ai giovani che volevano lasciare le campagne senesi. Dalle Crete e dalla Valdorcia si voleva venire a “stare in città”. Arriveranno quasi quaranta anni dopo le aziende del vino, gli agriturismi e i resort che a tanti hanno fatto compiere il viaggio inverso. Negli anni Sessanta, quelli del boom economico in Italia, da Asciano e Montalcino, da Rapolano e Castelnuovo Berardenga il desiderio dei giovani era quello di cambiare aria e respirare quella del capoluogo di provincia. Castellano comprese questo bisogno e mise a disposizione le sue conoscenze romane. Era stato assistente centrale dell’Azione cattolica, quando questa associazione aveva la forza di nominare ministri e conosceva bene Aldo Moro che, infatti, venne a inaugurare lo stabilimento di viale Toselli.
La preparazione dello sbarco a Siena di Ignis l’arcivescovo lo preparò con i contatti che Castellano aveva con i ministri dell’industria di quegli anni, tutti democristiani, da Emilio Colombo a Giuseppe Togni (era presidente della Cida, il sindacato di cui era segretario generale Verzili), da Giuseppe Medici a Giulio Andreotti. Ma c’era bisogno dell’approvazione della nomenklatura rossa di Siena ed ecco il ruolo positivo esercitato dai sindaci, il socialista Bartalini prima e il comunista Fabbrini poi, dall’onorevole Scricciolo. Ma anche per ottenere questo placet Castellano mise in campo la sua arte diplomatica e soprattutto la sua parentela. Infatti l’arcivescovo era cugino di primo grado con il dirigente nazionale del Pci, Alessandro Natta, poi diventato segretario di quel partito. Erano entrambi di Oneglia, in provincia di Imperia, e oltre ad essersi impegnati per far realizzare l’autostrada dei Fiori riuscirono a far decollare a Siena l’industria grazie a quello stabilimento Ignis che ha cambiato vari nomi nel corso degli anni fino a Beko. E ora? E domani?





