Pilade Franceschi, il mastro calzettaio che conobbe Collodi
Roberto Pizzi.
Nella storia di Carlo Lorenzini (Collodi), il padre di Pinocchio, e nelle sue frequentazioni lucchesi si inserisce anche la figura di un commerciante di giocattoli che lo scrittore conobbe a “l’Osteria delle Donnine”, in via dell’Anguillara, dove mangiava spesso con gli amici Carlo Paladini, Ferdinando Martini, Ferruccio Pieri. Qui sembra che maturasse in lui l’ispirazione per il capolavoro del suo “Pinocchio”. Di questo episodio, che ho trattato nel mio libro “Carlo Lorenzini – Il padre di Pinocchio a 200 anni dalla sua nascita” , il quotidiano “la Nazione”, nella cronaca di Lucca, ha pubblicato il 25 luglio scorso un articolo di Fabrizio Vincenti, a conferma dell’episodio che ho narrato. Il signor Franceschi, titolare di un negozio di giocattoli nella centrale Via Fillungo (davanti a Corte Compagni) aveva mostrato a Lorenzini una partita di burattini acquistata di recente e lo scrittore si dimostrò entusiasta di questi giocattoli, ma soprattutto di uno di essi, tutto svestito e fatto di stoppa. Lo ammirò, lo studiò a lungo e forse di qui maturò l’idea di scrivere il suo capolavoro. Secondo Franceschi era lecito pensare che da quell’incontro all’ “Osteria delle Donnine” fosse nato il famoso burattino di legno conosciuto in tutto il mondo.
Il commerciante citato era anche il padre di un bizzaro e interessante personaggio che merita di essere ricordato: si chiamava Pilade Franceschi e di lui hanno scritto i giornalisti Massimo Del Faloppio (“Qualcosa di Lucca”, 1976), Dino Grilli (“I lucchesi di una volta”, 1988) e la professoressa Carla Sodini, docente di Storia all’Università di Firenze (“Storie lucchesi”, 2013), fonti alle quali attingiamo.
Pilade Franceschi era nato a Lucca nel 1883 e aveva frequentato il ginnasio, anche se la sua vera scuola fu, per lui come per tanti altri, il suggestivo caffè Caselli in via Fillungo, dove si sarebbero riuniti, nel tempo, i letterati e i musicisti più importanti dell’epoca (Pascoli, Puccini, Ungaretti, Quasimodo, Pea ed altri). Si dedicò anche al giornalismo scrivendo per il settimanale satirico lucchese “La Zingaresca” (proseguito poi col nome in vernacolo “La Nova Singaresca – Gassettadella Lucchesia che si fubbria uando ni pare”), per il “Messaggero di Lucca” e sporadicamente per altre testate locali e nazionali. Spirito libero e inquieto, negli anni Venti del secolo scorso si stabilì a Milano dove aprì, in via Sala, una piccola rivendita di calze di seta. Intraprese la sua nuova professione di “mastro calzettaio”, come amava essere definito, con uno spirito “eminentemente artistico” .
Ebbe uno strepitoso successo con la sua nuova attività allestendo, all’interno del proprio esercizio, perfino un piccolo “Museo Storico della Calza”. Un suo negozio fu aperto anche nella lussuosa via Monte Napoleone. Di lui è stato scritto che fu il “Console dei lucchesi a Milano” avendo trasformato la sua fama anche a pro della sua città ed i lucchesi che andarono a Milano trovarono in lui un prezioso e generoso punto di riferimento. “Pioniere di una epoca, esperto di relazioni sociali in virtù di un ingegno alato e di un animo commerciale venato di poesia”.
Fu un pioniere delle “public relations”, con un talento che non ebbe limiti. La sua scelta di vita fu fatta per dare libero sfogo alla sua sete di bellezza che lo aveva, fino dalla gioventù, portato a occuparsi di moda e di estetica, considerando la gamba un elemento preminente della bellezza femminile.
Scrisse intriganti trattati sull’arte seduttiva della calza femminile ed un suo libro dal titolo Sovrane, principesse e donne celebri che ho conosciuto, fu edito nel 1941. Nacquero, in quel periodo, talvolta ispirate dalle stesse clienti – attrici, cantanti liriche e signore della più alta società – alcune linee dai nomi insinuanti e suggestivi. Fra queste “Prendimi” un trittico di calze (cioè vendute a gruppi di tre) e le “Calze di Venere”, colore orchidea, collezione dedicata alla scrittrice e giornalista Matilde Serao, da lui conosciuta durante un breve soggiorno a Napoli. Fra le tante frequentatrici del suo negozio vi fu la principessa Zita Borbone-Parma (diventata imperatrice e regina d’Ungheria nel 1916, avendo sposato cinque anni prima l’arciduca Carlo d’Asburgo Lorena), che era nata a Camaiore (Lucca) e che Franceschi aveva ammirato e conosciuto da vicino quando la giovane e allegra nobildonna viveva con la famiglia, nella villa delle “Pianore” della località versiliese.





