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Cultura

Il carcere, molte ombre e poca luce

woman in the bookstore selecting books

Giovanna Baldini.

Meritevole l’Iniziativa del Ce.I.S (Centro Italiano di Solidarietà) di ricordare il cinquantesimo anniversario della fondazione con la pubblicazione del libro Luce, ricorrendo al contributo di cinque scrittori toscani: Valerio Aiolli, Enzo Fileno Carabba, Leonardo Gori, Emiliano Gucci e Marco Vichi.

Un’opera collettiva che tratta della detenzione carceraria e dei problemi a essa legati.

Una giovane agente penitenziaria, Camilla, fresca vincitrice di concorso, prende servizio nel carcere del capoluogo della sua regione. Con l’entusiasmo dell’inesperienza e piena di idee riformatrici apprese sui libri, si mette in testa di fare qualcosa per alleviare il dolore e i disagi della vita che si svolge dentro l’istituto dove lavora.  Pensa di organizzare, durante un turno di notte, nientemeno che una riunione clandestina a lume di candela tra detenuti maschi e femmine. È convinta che fare parlare quelle persone, sfogarsi e raccontarsi, possa aiutarle a mitigare la dura condizione della vita quotidiana dentro. I detenuti, quattro uomini e quattro donne, di cui una trans, Maria, vanno all’incontro, parlano e raccontano perlopiù come sono capitati lì, poi ritornano nelle loro celle, accompagnati dagli assistenti e tutto finisce. Anche Camilla ritorna a casa molto soddisfatta di quello che ha fatto e pensa che così dovrebbe essere il carcere…

E il libro finisce.

Che dire?

Chi ha partecipato alla stesura di queste pagine sembra che non sia mai entrato in un istituto penitenziario. Si capisce dal linguaggio usato, poco appropriato, desueto, spesso impreciso: guardie, secondino, letto…

A livello di contenuto mi pare opportuno sottolineare che la grande idea di Camilla – e voglio sorvolare sulla modalità clandestina – è già applicata negli istituti carcerari. Le iniziative di incontri di gruppi di interesse su alcuni argomenti si svolgono alla luce del sole, organizzate dalle associazioni di volontariato, spesso molto presenti e concordate con l’area educativa. Comprendono corsi di scrittura creativa, di pittura, di teatro, danza e altro. Inoltre è contemplato anche il tempo di ascolto con un volontario o con lo psicologo.

L’iniziativa un po’ letteraria che a Camilla ricorda i giovani del Decameron, di riunire alcune persone, momentaneamente in prigione, per parlare tra loro, mi è sembrata ingenua e fuori dalla realtà.

Non si deve dimenticare, poi, che l’agente penitenziario tra i suoi compiti non ha solo quello della custodia, ma anche di essere parte attiva nel percorso trattamentale dei ristretti. L’unica cosa che, per ora, non accade nelle carceri italiane è partecipare alle attività culturali o ludiche uomini e donne insieme.

Per tornare al contenuto del libro, ritengo le storie raccontate piuttosto convenzionali: famiglie problematiche, solitudini, povertà, incapacità a reagire con l’unico esito di abbandonarsi alla tossicodipendenza.

Solo Maria trova il riscatto di sé nella cultura; attraverso la lettura e la scrittura, su consiglio della psicologa, prova a conoscere se stessa e pensare un futuro fuori che, si intuisce, non potrà che essere assai problematico. Personaggio positivo, perché solo da lì, dalla cultura si può partire per andare avanti.

Gli altri si limitano a descrivere ciò che è stato, non hanno progetti concreti, solo desideri fumosi, speranze infondate.

L’uomo non è il suo reato, e il carcere, come dice la Costituzione all’art. 27, dovrebbe dare a chi sconta una pena, un’altra possibilità per il dopo, garantendo lavoro, studio, vita dignitosa.

La pubblicazione, invece, a tutto questo non fa cenno; si limita a riportare esperienze pesantemente condizionate dalle più diverse dipendenze. E usa un tono paternalistico, retorico, a tratti giustificativo.

A mio parere le otto storie ovvie e scontate se per gli Autori volevano essere testimonianza della realtà detentiva attuale, non hanno sortito l’effetto voluto.

Non basta mostrare il disagio della dipendenza che porta a delinquere, si deve anche provare a dare una risposta.

Invece di recupero si parla poco, di comunità lo stesso.

Insomma di Luce ce n’è poca!

Giovanna Baldini

Aiolli, Carabba, Gori, Gucci, Vichi, Luce, Storie dal carcere, Mauro Pagliai Editore, maggio 2026, p. 78, euro 8,00

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