Una preghiera laica del mattino per il ricordo del vergognoso 8 settembre 1943
Roberto Pizzi.
La preghiera laica del mattino è la lettura del giornale, diceva G. W.F. Hegel ed oggi ho detto le mie orazioni soffermandomi sull’articolo del 7 settembre, pubblicato da “La Stampa” di Torino, col titolo “Fuga reale – L’Italia dell’8 settembre”, nel quale è presente un’ampia recensione del libro “Roma tradita” (Il Mulino) di Elena Aga Rossi, una delle maggiori storiche italiane. Nel volume si analizza minuziosamente la fase storica successiva alla destituzione di Mussolini, quando venne dato a Badoglio l’incarico di formare il nuovo governo. In particolare si sottolineano le conseguenze negative di non difendere Roma dopo l’ 8 settembre, data in cui fu ufficializzato l’armistizio (già firmato segretamente a Cassibile il 3 dello stesso mese), con la successiva ignominiosa fuga del re e della sua corte a Brindisi (altra macchia incancellabile sulla storia della dinastia dei Savoia). L’autore dell’articolo, Giorgio La Malfa, consiglia la lettura del libro, puntuale proprio nella ricorrenza di questa data, che permette di ravvivare il ricordo del tradimento della nazione da parte del Re con la sua fuga da Roma. Ciò mise sostanzialmente nelle mani tedeschecentinaia di nostri soldati dislocati in Italia, nei Balcani o in Grecia, lasciati senza alcuna disposizione. Su questo tema già si sono scritti libri e memorie, ma in gran parte di essi si è finito per attenuare le responsabilità personali nella vicenda.
Il libro di Elena Aga Rossi, ampiamente documentato, stabilisce, invece, un punto fermo di questa vicenda dolorosa. Leggendone le pagine – dice l’autore della recensione – prende corpo il sospetto che vi fosse stato fra il nazista generaleKesserling, Badoglio e il re, un accordo per lasciare in mano ai tedeschi la capitale, in cambio di un salvacondotto per la fuga a Brindisi dei governanti italiani. Le truppe italiane furono così lasciate allo sbando: ricordiamo la scena del film tragicomico “Tutti a casa”, nella quale Alberto Sordi, alias tenente Innocenzi, corre trafelato al telefono per avvertire il comando che i tedeschi ora sparavano agli italiani, dicendo: “Signor colonnello …. i tedeschi si sono alleati con gli Americani”, poi attende ordini che però non arrivano. I soldati italiani – motu proprio – in parte combatterono i tedeschi, come a Porta San Paolo, a Roma, altre volte si arresero, molti tornarono alle loro case dismettendo la divisa. E la conclusione fu che la Germania restò padrone di parte dell’Italia, dalla quale invece, avrebbe voluto ritirarsi dopo la caduta di Mussolini, per concentrare le forze su altri fronti. Finita la guerra scese poi un velo pietoso sulla vicenda e alcuni degli Alleati cominciarono a pensare che la Monarchia e i partiti conservatori potessero essere utili per fronteggiare il peso della Resistenza, in buona parte riconducibile al partito comunista, e quindi si tese a ridimensionare queste vicende. Ma pensando a quanti morti e a quanti deportati in Germania pesarono sulla coscienza dei Savoia, forse oltre al Referendum fra Repubblica e Monarchia, sarebbe stato giusto portare il Re davanti alla corte marziale.
Sulle sofferenze di quelli che vennero strappati alle loro famiglie e deportati “come bestie” per lavorare nella fabbriche belliche della Germania, vi fu anche mio padre Giuseppe, che ci raccontava lucidamente le sue tribolazioni dopo l’8 settembre, quando dalla Valle Camonica, dove era di servizio ai ghiacciai dell’Adamello, riuscì a tornare avventurosamente a casa grazie all’aiuto indimenticabile di molta gente umile, che gli dette abiti civili, ricovero, cibo, assistenza logistica. Tuttavia non sarebbero finite le sue disavventure: nel mese di agosto a Lucca si scatenava l’inferno. I primi del mese i tedeschi fucilarono sugli spalti delle mura urbane don Aldo Mei, accusato di avere dato rifugio a ebrei e disertori; il 12 avvenne la terribile strage d civili di S. Anna di Stazzema; il 20 agosto i soldati tedeschi rastrellarono, passando casa per casa, tutti gli uomini abili a lavorare e li condussero come schiavi nelle loro industre belliche. Mio padre fu strappato alla moglie e alle sue tre bambine piccole e deportato a Lipsia e poi a Dresda, per lavorare nella fabbriche di tubi della Mannesmann. Era vestito leggero, da estate, e quando arrivò il rigido inverno dovette arrangiarsi con della carta per fasciare il corpo e difendersi il più possibile dal freddo, poi la fame, i bombardamenti, la stanchezza. Il suo calvario durò circa un anno. La sorte volle che potesse tornare a casa, assai debilitato, ma vivo; sfuggendo in qualche modo al destino toccato al padre Zeffiro (mio nonno), morto proprio in Germania, dopo essere stato fatto prigioniero a Caporetto, nella I Guerra Mondiale. Voglio, comunque, ricordare per rendergli l’onore dovuto, il fatto che mio padre, sempre contrario alla dittatura, in particolare a quella nazifascista, cercava sempre di non generalizzare e distinguere fra i tedeschi quei pochi che conservarono un barlume umanitario: fra questi ricordava con commozione l’episodio una donna di quei posti, che furtivamente si avvicinò a lui, infreddolito e affamato, e senza farsi vedere da nessun soldato di guardia, gli metteva fra le mani un fagottino con un po’ di cibo.





