Piccini fa le pulci a tutti: da Lojudice a Giani, da Bartalini a Donzelli e Michelotti
Pierluigi Piccini.
C’è un modo di leggere i giornali di una città quando questa decide di parlare tutta insieme: si affiancano le prime pagine e si guarda non cosa dicono, ma in cosa coincidono senza essersi messi d’accordo. Stamani i due quotidiani cittadini coincidono in tutto. Le stesse facce nelle stesse pose — Lovaglio che spiega, il cardinale che ammonisce dal leggìo, Giani serissimo a mezzo busto — e le stesse maiuscole: difesa, identità, territorio, storia, lavoro. Una città che si scopre unanime è sempre una città che ha già perso qualcosa, perché l’unanimità è il rumore che fa il consenso quando non gli resta nulla su cui decidere.
In mezzo a tanta difesa a oltranza si nasconde però la notizia più sfacciata, relegata in un trafiletto come si fa con i parenti scomodi: il titolo a Piazza Affari ha sfiorato i dieci e cinquanta per chiudere a dieci e trentasette, più 2,63 per cento, nuovo massimo dell’anno. «Festa grande anche per gli investitori del Monte», scrive il cronista, e in quattro parole c’è tutto il teatro. La stessa mattina in cui i sindacati alzano le barricate e il presidente della Regione promette «lo impediremo», il mercato applaude. Mentre in piazza ci si stringe a protezione di un nome, dietro lo schermo dell’operatore si stappa. È il primo dei molti sdoppiamenti della giornata: difendere e festeggiare lo stesso evento. Pacchiani lo intuisce e lo battezza «doppio strabismo», ed è da lì che conviene partire.
Lo strabismo, in fondo, è l’occhio che punta due direzioni insieme e non mette a fuoco nessuna delle due: è esattamente la postura della città, e si legge prima di tutto nei verbi. Giani dice «impediremo», futuro di chi non possiede gli strumenti per impedire e li sostituisce con la voce. Bartalini invoca «una mobilitazione», parola d’assemblea operaia prestata a una partita di pacchetti azionari. Le segreterie precisano che «non è una partita a scacchi tra consigli di amministrazione» — e una frase così la si pronuncia solo quando lo è, e quando si teme di essere il pedone. Magni trova l’immagine più nobile, i dipendenti «non una voce da comprimere ma un patrimonio»: ha ragione, ma doverlo dire è già la fotografia del timore. Un occhio sul presente che si nega, l’altro sul passato che non si nomina.
E lo strabismo ha pure una geografia, perché l’altro occhio guarda sempre da una sola parte. Questo «altrove» dove si decide, dov’è? Sta dove è sempre stato. I guai a Siena sono arrivati da nord per cinque secoli, e la città lo sa nel corpo prima che nella mente: basta alzare gli occhi al Casin de’ Nobili, dove i volti scolpiti sulla fronte del palazzo guardano a settentrione, da quella parte da cui si è sempre atteso l’assedio. Siena ha temuto Firenze; Firenze, a sua volta, ha temuto Milano e i Visconti che la stringevano dall’alto della carta. Oggi la banca senese è osservata da Milano e da Torino, e il cerchio si chiude con una puntualità quasi comica. Siena, Firenze. Firenze, Milano: la storia si ripete, e come sempre non ha insegnato nulla — perché non è fatta per insegnare, ma per ripetersi.
E allora si convocano i numi. Due cardinali, Lojudice e Zuppi — anche qui un doppio, ché lo strabismo non risparmia nemmeno il cielo — perché «la storia sia preservata» e «il rischio non sia solo speculativo». Si chiede cioè alla banca più antica del mondo, alla matrice stessa dell’idea che il denaro frutti nel tempo, di essere salvata dalla finanza. Si invoca «la prima banca aperta al mondo» per esorcizzare proprio ciò che quella banca ha inventato: la reliquia che si difende è la reliquia di un’eresia diventata dogma cittadino, e i senesi pregano perché il rischio bancario non tocchi chi al rischio bancario ha dato i natali.
Sul versante politico lo strabismo si fa contabilità. Giovanni Donzelli (nella foto) ricorda «i disastri fatti dal centrosinistra quando giocava con le banche» e si dice soddisfatto che il Monte, «un tempo un problema», sia «oggi un’opportunità». Ma l’operazione che lo rende opportunità — l’uscita dello Stato, la banca offerta a uno più grande di lei — porta la firma di chi governa adesso, e adesso governa il centrodestra. Così la destra pareggia la partita con i propri errori, esattamente come nei ballottaggi, dove non si vince per virtù ma perché l’avversario ha sbagliato un turno prima. Il Monte è da sempre questo: una colpa che si scarica all’indietro, mai del presente, sempre del predecessore. Una staffetta in cui ogni corridore accusa chi gli ha passato il testimone e intanto inciampa nello stesso punto. Michelotti, accanto, tiene insieme con eleganza professionale due verità opposte nella medesima intervista — lo Stato che difende e l’istituto che si vende — perché in questa stagione è proprio quello il mestiere.
Alla fine il colore della giornata è tutto in un titolo di Borsa che sale indifferente alle barricate e alle benedizioni, mentre la città fa quadrato attorno a ciò che crede il suo nocciolo inalienabile: il nome, l’identità, il centro direzionale, la storia. Salvo che è precisamente quell’elenco a essere in vendita — il nome da cancellare, la direzione da spostare, gli sportelli da comandare altrove — e lo ammettono gli stessi che lo difendono, quando avvertono che l’incorporazione «ne annullerebbe l’identità» e che togliere il nome Siena «è la fine della storia». Non c’è dunque nessuna cosa che nessuno le tolga: anche il premio di consolazione è sul banco d’asta. L’unica che resta davvero intatta è il gesto di difenderla — la protesta, i cardinali convocati, il «lo impediremo» —, ma le si lascia il reclamo, non la presa. Massimo storico: la quotazione e, insieme, il massimo di storia mai invocata, proprio nel momento in cui la storia viene venduta. Mai così tanta storia in bocca, mai così poco presente nelle mani. E i volti del Casin de’ Nobili, come da secoli, restano voltati a nord — non più per paura, ormai, ma per abitudine: continuano a sorvegliare un orizzonte da cui la cosa, intanto, è già passata, portandosi via anche il nome con cui la si sorvegliava.





