Papa Leone, Vito Mancuso e la pace disarmata e disarmante
Giovanni Minnucci*.
Tema sicuramente complesso, che pervade tutta la riflessione telogico-politica-giuridica sin da Agostino d’Ippona (il fondatore dell’ordine cui appartiene Leone XIV), per passare poi a Tommaso d’Aquino (domenicano), la Scuola teologica di Salamanca (gesuiti e domenicani) e, per ricordare i più importanti pensatori, a tacer di molti altri, Alberico Gentili, Ugo Grozio, Immanuel Kant, per giungere all’età contemporanea con Hans Kelsen, Karl Schmitt e il nostro Norberto Bobbio.
La lettura di Vito Mancuso da quel che riporta il testo – sembra sostanzialmente riprendere la visione agostiniana e tomistica: la guerra è giusta se c’è una “recta intentio”, e una “iusta causa”, e quindi, poiché la guerra difensiva ha queste caratteristiche, risulta legittima (lo ius ad bellum = il diritto di indire una guerra) ; vi è poi, in quella visione, il debito modo (lo ius in bello = come la guerra va condotta e i suoi limiti).
Questo approccio venne messo in discussione alla fine del ‘500 dall’italiano Alberico Gentili, esule in Inghilterra “religionis causa”, avendo aderito alla confessione protestante, e “regius professor di civil law” a Oxford. Per Gentili la guerra può essere “giusta” da entrambe le parti (“De iure belli, 1598”). Sta agli Stati – lo dico in maniera molto semplice – non avendo un soggetto superiore, che possa dirimere la controversia, individuare le strade alternative. È la secolarizzazione del diritto; non c’è più una valutazione morale ma politica della guerra. Una visione realistica. Di lì in avanti molto inchiostro è stato vergato, con le riflessioni di Grozio (“De iure belli ac pacis”) e di Kant (“La pace perpetua”) e con i tentativi reiterati (a partire da Gentili, che per primo scrive un trattato sulle ambascerie, nel 1585), di individuare le possibili soluzioni (dai trattati bilaterali, a quelli multilaterali, alla creazione della Società delle Nazioni e poi dell’ONU).
Progetti, idee, propositi, realizzazioni che – ed è cronaca recente – si scontrano con la politica “di potenza”, con la rivendicazione delle sovranità statuali, con il progressivo svuotamento di poteri delle organizzazioni internazionali.
In qualche misura, se mi è consentita la battuta, siamo tornati indietro nella storia.
E allora, se vogliamo essere realistici fino in fondo proviamo a tornare al “Silete theologi in munere alieno” di Gentili. Si tratta di un’espressione che – come purtroppo molti credono – non era un’apostrofe per imporre ai teologi il silenzio, ma per invitarli a fare il loro mestiere: quel “silete in munere alieno” sta a significare che debbono occuparsi del loro “munus”, quello di predicare il Vangelo, e di essere guida sicura per le coscienze illuminando la Scrittura di riflessioni e contenuti (e Gentili lo sostiene con chiarezza), lasciando alla politica, e ai giuristi della sua epoca (“il munus alienum”) di occuparsi di tali questioni sotto il profilo del diritto.
Concludo sostenendo che Papa Leone sta perseguendo, pienamente, il “munus petrinum”: cerca di guidare, dall’alto del suo magistero, le coscienze del mondo, a cominciare da quelle dei potenti.
Problematica – la visione di Papa Leone, con l’uso di quella espressione (“pace disarmata e disarmante”), ma certamente innovativa (anche se a me richiama alla mente il grido di Paolo VI all’ONU il 4 ottobre del ’65: “Jamais plus la guerre, jamais plus” e vi potrebbero essere altri esempi): abbiamo bisogno, come l’aria, di chi vada oltre, e che non ci parli di guerra giusta o ingiusta (laicamente, e senza risultato alcuno, questo è un tema ampiamente trattato dalla “politica” odierna), ma ci parli di pace con autorevolezza. E papa Leone lo sta facendo. Un’idea, quella della pace, che non può non attraversare l’umanità, come un vecchio mulino che, pur funzionando male, continua a gettare un piccolo rivo di acqua per far girare le macine. Tutta l’umanità ha bisogno di quell’acqua! Di quella “idea regolativa” di Kantiana memoria.
*Giovanni Minnucci è professore emerito di Storia del diritto medievale e moderno dell’Università di Siena





