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Il Campo largo, l’unico modo per non litigare è non chiarirsi

A un mese circa dall’annunciato cantiere sul mitico programma, il campo largo va in tilt tre volte: sulla politica estera (due) e sulla Tav. Non è un buon viatico, scrive Mario Lavia su Linkiesta. Che cosa si diranno i leader una volta chiusi in una stanza, davanti a una risma di carta, per cominciare a stendere il fatidico programma? Le posizioni non solo non si avvicinano, ma si cristallizzano; non c’è alcun segno di ravvedimento o di ricerca di una mediazione da parte di Alleanza Verdi-Sinistra e Movimento 5 stelle, mentre il Partito democratico sceglie sempre due atteggiamenti: o fischietta o si finge morto. Cioè subisce. Evita il chiarimento con gli alleati per timore di rompere. Solo che così si rompe lo stesso, e senza chiarirsi.

Tutto questo, va da sé, lascia presupporre che alle primarie ci si scontrerà non solo e non tanto sulla persona che dovrà battere Giorgia Meloni, ma su idee diametralmente distanti: Ucraina e Tav sono solo i temi più eclatanti. Se il discrimine diventasse la guerra e la difesa si proflilerebbe un serio rischio per la segretaria del Pd: i pacifisti-disarmisti potrebbero non votarla.

Dunque, tilt numero uno: ieri alla Camera, sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali, il Pd ha votato una sua mozione diversa da quella di Nicola Fratoianni e da quella di Giuseppe Conte, a causa, come al solito, del sostegno finanziario all’Ucraina. Dall’opposizione sono arrivate le consuete cinque mozioni diverse (Pd, Avs, M5s, Italia Viva, Azione).

Poi – tilt numero due – c’è la questione delle risorse garantite per la difesa europea dai prestiti Safe. Il partito di Schlein se l’è intelligentemente presa con il governo che, con Antonio Tajani, all’improvviso e in modo poco chiaro ha dichiarato il suo sì, irritando molto la Lega, contraria. Piero Fassino e Giorgio Gori – e anche Matteo Renzi – hanno avuto buon gioco a entrare nelle contraddizioni della maggioranza ribadendo il favore del Pd per l’utilizzo dei fondi europei.

Ma il problema è che anche su questo il campo largo è attraversato dalla solita faglia: i pacifisti-disarmisti (con chiare venature anti-ucraine) da una parte ed Elly Schlein dall’altra, che pure garantisce pieno sostegno a Kyjiv, malgrado i mal di pancia di mezzo gruppo dirigente, da Arturo Scotto ad Annalisa Corrado, da Marta Bonafoni a Sandro Ruotolo. I quali – magari insieme a Pierfrancesco Majorino, Alfredo D’Attorre e Marco Furfaro – anche sulla Tav (tilt numero tre) sono contrari o, come minimo, hanno forti dubbi. Schlein e il responsabile esteri Peppe Provenzano hanno una posizione più europeista sia sull’Ucraina sia sulla Tav ma i due non possono non tenere conto delle posizioni più di sinistra, probabilmente maggioritarie, specie nella base. Perciò, quando il Parlamento sarà chiamato a votare sui fondi Safe, il Pd dovrebbe votare a favore insieme alla maggioranza e contro Avs e M5s. Avrà il coraggio di fare un passo del genere o si rifugerà nelle abusate supercazzole dialettiche?

E così sta inevitabilmente prendendo corpo un paradosso mai visto prima: il campo largo si spacca pur parlando ormai la stessa lingua. Un capolavoro che poteva riuscire solo a dei ragazzi figli di Sel e dei suoi epigoni.

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