Notte di fuoco azzera in poche ore mesi di sotterranea e faticosa diplomazia
Ariel Piccini Warschauer.
La mappa delle rotte aeree e dei corridoi missilistici si è riaccesa nell’oscurità della notte, azzerando in poche ore mesi di sotterranea e faticosa diplomazia. I bombardamenti americani sulle strutture e sui centri strategici in Iran segnano una svolta drammatica, non solo per la scala dell’incursione, ma per la sistematicità con cui il Pentagono sembra aver pianificato l’offensiva.
Secondo indiscrezioni filtrate da fonti militari e rilanciate dai media statunitensi, il Centcom — il Comando Centrale delle forze armate americane — non si è limitato a un attacco dimostrativo o punitivo «usa e getta». Ha messo a punto un piano d’azione strutturato su una finestra temporale di ben 14 giorni di raid consecutivi. Un’operazione a tappe ideata per degradare in modo sistematico le capacità di risposta della difesa aerea iraniana, i depositi di missili balistici e le catene di comando dei Pasdaran.
L’escalation travolge in pieno la galassia dei gruppi filo-iraniani dislocati tra Iraq, Siria e Yemen, già mobilitati nelle ultime ore, e sembra aver infranto in maniera forse irreversibile le speranze di una rapida ripresa dei negoziati indiretti. I canali riservati che fino a ieri cercavano di tenere in vita un filo di dialogo si sono improvvisamente bloccati. Quando la parola passa ai bombardieri strategici e alla diplomazia dei missili da crociera, lo spazio per la politica si azzera.
Per la Casa Bianca si tratta di una scelta ad altissimo rischio: contenere la minaccia e ristabilire la deterrenza senza farsi trascinare in un conflitto aperto su larga scala nel Medio Oriente. Ma a Teheran la percezione è quella di un attacco diretto alla sovranità nazionale, un passaggio di livello che rende quasi inevitabile una risposta, direttamente o tramite i soliti procuratori regionali. La sensazione, all’alba di questo primo giorno di bombardamenti, è che la regione sia entrata in una sequenza dagli esiti imprevedibili.





