Noi siamo quello che mangiamo, i mangiari di casa nostra
Roberto Pizzi.
E’ piacevole ed utile ritornare col ricordo ai vecchi “mangiari” locali (nel nostro caso della Lucchesia), i quali esaltavano la “banalità della serenità”, che si contrapponeva a quella “banalità del male”, terribile formula ideata dalla sociologa Hannah Arendt, dopo la tragedia della Shoa. Serenità che può venire davanti ad una tavola preparata con pulizia, con ordine geometrico, per compiere un pasto a base di elementi semplici ed antichi, in fratellanza d’intenti.
Frugale era, appunto, la cucina della Lucchesia, a base di cibi semplici, comuni, genuini: erbe, cereali, frutti di terra e di mare preparati con la fantasia dalle massaie, che avevano fatto tesoro delle tradizioni orali e delle antiche ricette scritte, tramandate dalle nonne parsimoniose e sobrie.
Ne ricordiamo alcune, senza la pretesa di scrivere un saggio gastronomico.
Nelle antiche trattorie – come a Villa Basilica – si poteva gustare una buona zuppa di magro (zuppa alla frantoiana) condita con olio spremuto da poco: osso di prosciutto, bruschette, fagioli, patate, carote, sedano, nepitella, salvia, cipolla, pepe, cannella, origano e noce moscata. Nelle osterie di Lucca “drento”, ossia dentro (le Mura), come diceva il volgo una volta, per molto tempo si è continuato a chiedere o ricordare “La zuppa del Seghetti” (pane e vino) e la “panzanella”, pane raffermo ammollato nell’acqua, condito con olio, aceto, aglio, sale e pepe.
Fra queste trattorie lucchesi, Dino Grilli, indimenticabile giornalista scomparso verso la fine degli anni ‘80 del secolo scorso, ci ricordava la vecchia “Ostaria di S. Antonio” del 1782, in piazza dei Cocomeri (ancora esistente con la sostituzione del nome “Buca”, al posto di “Ostaria”); le ottocentesche locande “Il Biancone”, “La Pantera”, “La Campana”, dove si mangiava bene e si spendeva poco, e dove si bevevano “a calo” i vini della Maulina, di San Gennaro, di Mastiano. Tra i locali del ‘900, si annoveravano la trattoria di “Buci”, in chiasso Barletti, traversa di via Fillungo(una delle preferite da Giacomo Puccini); in piazza Napoleone vi era il ristorante “Rebechino”, sostituito poi dall’albergo “Universo” dei fratelli Nieri, i quali si vantavano di avere ospitato le più alte personalità del regno. Di Armando, uno dei fratelli, che era stato ufficiale dell’esercito, si narra l’aneddoto di un suo presunto dialogo con Vittorio Emanuele III, venuto in visita a Lucca ed ospite del suo albergo, nel quale, all’atto della presentazione al sovrano, il Nieri si dichiarava “il padrone dell’Universo”; al che il re avrebbe risposto, con falsa modestia, che lui era “soltanto il padrone d’Italia”.
In piazza XX Settembre si poteva mangiare alla “Tosca” e nell’adiacente piazza S. Giusto, nella trattoria “L’Angelo”, o da “Nando Diodati”, particolarmente affollate nei giorni del mercato; in via San Girolamo era nota la trattoria di “Pipi”, che divenne poi l’albergo “Perduca”; in piazza dell’Arancio vi era la trattoria di “Giomi”, poi divenuta “Passeggero”, già situata in piazza del Gonfalone dove venne rimpiazzata dalla “Vittoria”. In via Fillungo vi era la trattoria “Lepanto”, con ingresso anche da corte Pini, in Via Santa Lucia. In via dell’Anfiteatro si poteva mangiare al “Cavallo Bigio” e nella stessa zona esercitava la sua attività la trattoria “da Baralla”, dove i facchini che scaricavano al Mercato, potevano mangiare il tradizionale “rancino” (una zuppa rudimentale), la gustosa trippa e le saporite polpette. Ancora, in via Beccheria vi era “Stipino”; in piazza dei Cocomeri, “L’aquila d’oro”; negli spalti davanti alla stazione ferroviaria, dove fermava anche la tramvia Lucca-Ponte a Moriano, vi era la trattoria del pisano Silvio Macchia; infine, al Giannotti vi erano “Buatino”, “L’Indicatore” e “Biffi”. Da non dimenticare, poi, la trattoria – locanda “Tripoli” in Corte Campana, il nome della quale era ispirato dalla presunta epopea coloniale della guerra italo-libica del 1911 e “l’Osteria delle Donnine”, in via dell’Anguillara, dove mangiava spesso Carlo Lorenzini e dove, sembra, maturasse in lui l’ispirazione per il capolavoro del suo “Pinocchio”.





