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Economia

Monte dei Paschi, le punizioni e il nodo politico

Pierluigi Piccini.

C’è un modo di perdere che si fa chiamare vittoria, ed è la trappola in cui il fronte senese cammina a occhi aperti. Per uscirne bisogna abbandonare la domanda a cui la realtà ha già risposto — come impedire l’operazione — e porne un’altra, che nessuno pone: fra le strade ancora aperte, quali puniscono Siena e quale no. Non sono equivalenti, e non lo sono nel senso che il senso comune immagina.

Un fatto ordina tutto il resto. La sorte del Monte si decide in un’aula dove comanda chi detiene, non chi amministra, e chi detiene parla soltanto la lingua del listino. Questo è compiuto. Chi ancora invoca lo scudo per fermare tutto combatte una guerra finita il giorno in cui la sovranità è scivolata dal governo al possesso. Ma se l’esito è scritto, la sua forma non lo è, e proprio lì si gioca ciò che resta da giocare. Tra le forme possibili, due colpiscono Siena e una la ricostruisce. Distinguerle è l’unico esercizio politico che oggi abbia senso.

La prima punizione è l’assorbimento in Intesa, ed è la più onesta perché non finge. Cancella e lo dice. Le seicentotrentacinque filiali del Monte passano a Unipol per confluire in Bper sotto un’altra insegna, il nome si spegne, il gestito migra in un perimetro che non è più senese. Sottrazione dichiarata, brutale nella sua chiarezza. Ha un solo merito: non chiede l’applauso a chi la subisce.

La seconda punizione è il terzo polo, e qui il congegno è più fine, perché si veste da salvezza. Promette ciò che la prima toglie — il nome, il soggetto, la sede — e in cambio consegna la sostanza a Parigi. Il polo che dovrebbe custodire l’italianità del risparmio nasce solo con il sì di Crédit Agricole, primo azionista del Banco con il 29,3% e con Amundi alle spalle, uno dei maggiori gestori d’Europa; e quel sì si paga in peso, in consiglieri, in distribuzione. L’esito non è nemmeno la proprietà francese del gestito, che moltiplicherebbe sovrapposizioni e grane antitrust: è qualcosa di più insidioso perché invisibile. Una rete più larga su cui si vendono prodotti d’Oltralpe, e una quota crescente delle rendite di distribuzione che, in silenzio, prende la strada di Parigi. È la punizione che si fa acclamare da chi la patisce, e per questo è la peggiore: disarma la critica prima che nasca. Svuota il corpo mentre lucida il nome, e chiama questo difesa dell’italianità.

Contro l’una che cancella e l’altra che finge ne ho proposta una terza, e non per amore di simmetria. È l’unica che non punisce Siena, per una ragione elementare: è la sola in cui Siena non è oggetto di un’operazione altrui, ma soggetto di una costruzione propria.

La leva è già dentro lo schema di Milano, e nessuno la guarda. Quelle seicentotrentacinque filiali destinate a Unipol non sono uno scarto: sono un blocco di rete con un radicamento toscano e senese che non si improvvisa, fatto di clientela fedele, di personale che conosce il territorio, di una presenza capillare che è essa stessa un patrimonio. Tutti la trattano come materiale di risulta della grande fusione, il pezzo che si cede per far quadrare i conti. È l’errore da capovolgere. Su quella rete si può costruire una banca toscana di fatto — non di nome, di fatto: toscana per proprietà, per radicamento, per governo. Non una direzione ospitata in casa d’altri, revocabile il giorno in cui all’ospite conviene revocarla, ma un istituto ancorato al mondo della cooperazione, dove il centro decisionale non è concesso da un proprietario: è il proprietario.

È il punto attorno a cui gira l’intera vicenda senza mai nominarlo. In una società quotata comanda chi detiene, e chi detiene può traslocare: vendere, fondere, spostare il baricentro a Milano, a Trieste, a Parigi. Il capitale cooperativo spezza quella catena. Un padrone che è il territorio stesso non può portare altrove ciò che di quel territorio è fatto. È l’unico assetto in cui l’aggettivo «toscana» smette di essere un’etichetta appiccicata a una scatola e diventa una condizione di proprietà. Non di Siena soltanto il nome: la Toscana come soggetto, non come marchio da girare ad altri.

Le difficoltà sono reali, e una proposta si misura da quelle, non dai suoi consensi. Costruire una banca dal blocco di sportelli ceduti chiede capitale, autorizzazioni, tempo — e il tempo, in questa partita, è il vero padrone. Serve un veicolo cooperativo capiente, servono le banche di credito cooperativo pronte a farne la spina dorsale, serve che Unipol accetti di cedere la rete a un soggetto in formazione anziché a un gruppo già pronto. È la strada più ardua delle tre. Ma ardua non è punitiva, ed è esattamente qui che l’argomento tiene: fra una via difficile che restituisce sovranità e due vie comode che la sottraggono, la difficoltà è un prezzo, non un vizio. Le altre due sono facili proprio perché a decidere non è Siena.

Resta il rammarico del calendario. Una costruzione così andava impostata mesi fa, quando lo spazio non si era ancora chiuso sull’alternativa secca fra il sì e il no; ogni settimana che passa lo comprime. Ma che la finestra si stringa non autorizza a fingere che non sia mai esistita, né a rassegnarsi come se la scelta fosse soltanto tra le due punizioni. C’era, e in parte c’è ancora, una via che né subisce né grida: costruisce.

L’ostacolo più duro, alla fine, non è il capitale né l’autorizzazione. È politico, ed è una questione di coraggio. Una proposta simile è difficile da spiegare a chi ha investito tutto nel rifiuto, perché somiglia a un cedimento mentre ne è l’opposto. Costruire pretende più forza che opporsi, e infinitamente più forza che rassegnarsi. È però il solo gesto che ridia a questa città la parte di soggetto che le due punizioni, ciascuna a suo modo, le strappano. Difendere un corpo vale più che piangere un nome, e vale infinitamente più che accontentarsi di un nome svuotato spacciato per vittoria. Alla Toscana, se ha ancora la volontà di essere qualcosa e non soltanto di chiamarsi in un certo modo, tocca la sola domanda che conti: vogliamo essere l’oggetto dell’operazione di qualcun altro, o il soggetto della nostra?

Speriamo che abbia torto e che il tutto vada bene per Siena.

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