Difterite, il caso di Palermo non ha un legame con l’immigrazione
La rivista Mondosanità si occupa di alcune vicende di cui si parla molto in queste ore. Dal caso di Palermo alla tubercolosi, dietro la circolazione delle infezioni c’è una realtà molto più complessa delle apparenze.
Il caso di sospetta difterite della bambina morta a Palermo non ha un legame con l’immigrazione. Ma proprio questa vicenda offre lo spunto per allargare lo sguardo a una domanda diversa: quanto contano oggi gli spostamenti delle persone nella diffusione delle malattie infettive?
In un’Europa attraversata ogni giorno da milioni di viaggiatori, la risposta non può ridursi all’idea che una malattia venga semplicemente “portata” da un Paese all’altro.
La tubercolosi ne è forse l’esempio migliore. Alcune infezioni sono molto più diffuse in determinate aree del mondo, ma il rischio può cambiare anche durante il viaggio e dopo l’arrivo, quando entrano in gioco sovraffollamento, povertà, malnutrizione, vaccinazioni incomplete e difficoltà nell’accesso alle cure.
Ed è proprio qui che il rapporto tra migrazioni e malattie diventa molto più interessante – e complesso – di quanto suggeriscano i luoghi comuni.
Le infezioni non guardano il passaporto
Virus e batteri possono viaggiare con chiunque: turisti, lavoratori, studenti, persone che tornano da un viaggio o che fuggono da guerre e povertà.
Per migranti e rifugiati, però, può aggiungersi un elemento importante: le condizioni nelle quali avviene il viaggio.
Settimane o mesi trascorsi in ambienti sovraffollati, difficoltà igieniche, malnutrizione, ferite non curate, vaccinazioni incomplete e scarso accesso all’assistenza sanitaria possono aumentare la vulnerabilità ad alcune infezioni.
La tubercolosi racconta bene il fenomeno
La tubercolosi è ancora molto presente in alcune aree dell’Europa orientale e dell’Asia centrale e in numerosi Paesi extraeuropei.
Chi proviene da zone dove la malattia è più diffusa può quindi avere una probabilità maggiore di essere stato infettato.
Ma essere infettati non significa necessariamente essere malati o contagiosi. Il batterio può rimanere “dormiente” nell’organismo per anni. Solo una parte delle persone svilupperà successivamente la malattia.
Condizioni di fragilità, malnutrizione o altre situazioni che indeboliscono l’organismo possono favorire questa evoluzione.
I migranti aumentano il rischio per chi vive in Europa?
È una domanda delicata, ma i dati aiutano a rispondere.
L’OMS sottolinea che la trasmissione della tubercolosi dai migranti alla popolazione residente è rara.
Questo non significa ignorare il problema. Significa affrontarlo nel modo più efficace: individuare le persone maggiormente a rischio, offrire screening quando indicati e garantire rapidamente diagnosi e terapie.
Curare una persona significa anche interrompere una possibile catena di trasmissione.
La sorpresa della difterite
Proprio la difterite ha mostrato negli ultimi anni quanto possa essere sbagliato fermarsi alle apparenze.
Nel 2022 l’Europa registrò un aumento eccezionale dei casi, soprattutto tra giovani migranti appena arrivati. Inizialmente poteva sembrare una semplice importazione della malattia dai Paesi di origine.
Le successive analisi genetiche hanno raccontato una storia diversa.
Molte infezioni sarebbero state contratte durante il viaggio verso l’Europa, lungo rotte caratterizzate da condizioni particolarmente difficili. La maggior parte dei casi presentava la forma cutanea.
Negli anni successivi alcuni degli stessi ceppi sono comparsi anche in altri gruppi vulnerabili europei: persone senza dimora, consumatori di droghe, anziani e persone non vaccinate.
Un dettaglio che cambia la prospettiva: la vulnerabilità può contare più della provenienza geografica.
Non c’è soltanto la tubercolosi
Anche epatite B, epatite C e alcune infezioni parassitarie sono più frequenti in determinate aree del mondo. È quindi possibile diagnosticarle più spesso nelle persone provenienti da Paesi nei quali sono endemiche.
Ma trovare un’infezione in chi arriva in Europa non significa automaticamente creare un’epidemia.
Perché una malattia continui a diffondersi servono persone suscettibili, modalità di trasmissione favorevoli e, spesso, ritardi nella diagnosi e nelle cure.
La vera barriera è sanitaria
Le migrazioni possono modificare la geografia di alcune infezioni. Ma trasformare chi arriva nel “portatore di malattie” è una semplificazione che non trova conferma nei dati.
La sanità pubblica dispone di strumenti molto più efficaci della paura: screening mirati, vaccinazioni, diagnosi precoce e accesso alle cure.
Perché in un mondo nel quale le persone attraversano continuamente i confini, il punto non è immaginare di fermare ogni microrganismo alla frontiera.
È fare in modo che, quando arriva, non trovi le condizioni per continuare a circolare.


