Meno ricchezza e più instabilità in Inghilterra, la Brexit non paga
La Brexit non paga. Lo scrive Paolo Giacomin sul Quotidiano Nazionale. Sir Keir Starmer, ormai ex primo ministro britannico, ha il merito di avere riavvicinato il Regno Unito all’Europa dopo la Brexit. Lo ha fatto sul piano della difesa comune, spinto dalla guerra in Ucraina e sopportando il proprio turno di insulti da parte del migliore alleato. La sua sfortuna politica ha molti tratti personali, ma il convitato di pietra si chiama Brexit. Oggi sono dieci anni che gli inglesi hanno scelto di lasciare l’Unione europea. Scelta che ha portato instabilità politica, lo dicono i numeri: in 10 anni dal numero 10 di Downing Street sono passati sei primi ministri. David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e Keir Starmer. Secondo l’Economist la Brexit ha lasciato gli inglesi “più divisi, meno influenti e più poveri di quanto sarebbero stati altrimenti”. Nel 2025 – secondo uno studio del National Bureau of Economic Research, Brexit ha ridotto il Pil britannico del 6-8%, gli investimenti del 12-13%, l’occupazione del 3-4%.
La working class sta patendo ma una buona parte tifa per gli isolazionisi identitari di Nigel Farage e Reform Uk. Anche per inseguirlo, Starmer e le élite non si sono mai spinti oltre Dover. Era già successo: il laburista Tony Blair era favorevole all’euro, ma gli inglesi tennerò la sterlina. Dave Cameron, conservatore, era contrario alla Brexit, ma gli inglesi votarono leave e non remain. Boris Johnson contava di rinegoziare un eventuale ritorno con trattamenti di maggior favore. Diceva, ribaltando il proverbio inglese: avremo sia la torta che la pancia piena.
Non è andata così. Mai come oggi un Paese può salvarsi imboccando discutibili uscite di sicurezza. O rimpiangendo le previsioni meteo della Bbc che, con un certo humor british, salmodiavano: nebbia sulla Manica, il Continente è isolato.





