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Medio Oriente, l’ora più buia: pioggia di missili sul centro di Israele

Ariel Piccini Warschauer.

Il sibilo delle sirene torna a squarciare il cielo del centro di Israele, ma questa volta il bilancio rischia di essere più pesante del solito. Almeno quindici siti, tra la zona costiera e l’entroterra, sono stati colpiti dai detriti di missili balistici iraniani intercettati, in quella che appare come l’ennesima ondata di una guerra che non conosce più confini.

Il dramma si concentra nella città di Haifa. Mentre le batterie Iron Dome e Arrow lavoravano a pieno regime, alcuni frammenti hanno centrato edifici residenziali. Le squadre di soccorso del Magen David Adom sono impegnate in queste ore in una corsa contro il tempo per estrarre due persone rimaste intrappolate sotto le macerie di un palazzo sventrato. Le notizie che filtrano sono frammentarie, ma l’ansia cresce: il centro operativo parla di feriti gravi trasportati d’urgenza negli ospedali di Tel Aviv, mentre il Paese si interroga sulla tenuta della propria difesa aerea davanti a una saturazione di fuoco nemico senza precedenti. Sul fronte nord, l’IDF ha risposto con una serie di raid mirati. L’intelligence militare israeliana ha diffuso immagini che non lasciano spazio a interpretazioni: lanciatori di Hezbollah occultati all’interno di scuole e condomini civili nel sud del Libano. “Il nemico usa la sua stessa popolazione come scudo per colpire la nostra”, denunciano da Tel Aviv. I raid hanno distrutto postazioni pronte al lancio, ma la sensazione è che la riserva di fuoco del “Partito di Dio” sia ancora tutt’altro che esaurita.

Parallelamente al rumore delle esplosioni, corre la frenesia diplomatica – o meglio, l’ultimatum di Washington. Donald Trump ha alzato drasticamente la posta, fissando una scadenza strettissima per un nuovo accordo con l’Iran che includa la riapertura dello Stretto di Hormuz.

La strategia della “massima pressione” è tornata, ma con un volto ancor più minaccioso: fonti diplomatiche confermano che gli Stati Uniti e Israele hanno già concordato una lista di obiettivi strategici da colpire nel cuore del territorio iraniano. Non si tratterebbe solo di siti nucleari, ma di infrastrutture chiave del regime. Se Teheran non piegherà la testa entro il termine fissato, l’ordine di attacco potrebbe partire in poche ore.

Mentre il Cairo e Ankara tentano una mediazione disperata, proponendo una tregua di 45 giorni, il mondo osserva col fiato sospeso. Il rischio è quello di un conflitto che non sia più solo “per procura”, ma che veda il coinvolgimento diretto delle superpotenze in un’area già martoriata. Per Israele, la priorità resta la sicurezza dei propri cittadini a Haifa e Tel Aviv; per Trump, è la dimostrazione di forza definitiva. Per il Medio Oriente, potrebbe essere l’inizio di una trasformazione irreversibile.

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