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Medio Oriente, dalla guerra aerea allo scontro geoeconomico e che fa Trump in calo di consenso

Federico Rampini sul Corriere della Sera commenta la crisi iraniana e la descrive come una sequenza di fasi: alla guerra aerea è seguito lo scontro geoeconomico e ora si profila una battaglia navale nello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il petrolio mondiale. L’Iran, pur incapace di bloccarlo stabilmente, mantiene una minaccia sufficiente a scoraggiare traffici e assicurazioni, mentre gli Stati Uniti hanno risposto con l’embargo sulle petroliere iraniane. Ne è nata una gara di resistenza che torna oggi al terreno militare, con l’asimmetria tra mezzi leggeri iraniani e la potenza della U.S. Navy incaricata di scortare i convogli. Resta il nodo del ritardo americano: il rischio Hormuz era noto da decenni e un piano di scorte navali esisteva già dai tempi di Ronald Reagan. Eppure Washington ha agito tardi, accumulando danni negli approvvigionamenti. Tra le ragioni, i costi e i rischi dell’operazione, la necessità di preservare risorse per altri fronti (Taiwan), ma anche possibili errori di valutazione di Donald Trump: aver sottostimato la resilienza del regime iraniano e aver pensato di scaricare il problema sugli alleati più dipendenti dal Golfo. Gli Stati Uniti partono da una posizione energetica privilegiata, quasi autosufficienti, ma non immuni: i prezzi interni risentono comunque del mercato globale e anche settori come l’agricoltura subiscono rincari. Soprattutto, Washington non può permettersi di disinteressarsi di Hormuz senza compromettere la propria leadership e la coalizione araba. Con l’avvio delle scorte militari, la tensione navale si somma alla sfida economica, mentre il regime iraniano, lungi dall’essere onnipotente, continua a fallire nel tentativo di dividere il fronte arabo. Sul piano globale, pesa il ruolo della Cina, che sostiene indirettamente Teheran con acquisti e forniture, e quello della politica interna americana: come spesso accade dal 1945, più che i generali potrebbero essere l’opinione pubblica e le urne a decidere l’esito. Trump, in calo di consenso, resta esposto alla tentazione di «dichiarare vittoria e ritirarsi», con la battaglia navale appena iniziata, quel momento non è ancora arrivato.

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