Lucca, per ora il museo del Risorgimento resta a Palazzo Ducale ma regna l’incertezza
Roberto Pizzi.
Il professor Luciano Luciani che da molti anni partecipa con grande passione e gratuitamente alla gestione del Museo del Risorgimento di Lucca, ha ricevuto la comunicazione dall’ente di gestione che questo piccolo ma prestigioso istituto sarà trasferito dall’attuale sede di Palazzo Ducale, per un’incerta, indefinita diversa collocazione. Questo “gioiello” che conserva una preziosa memoria storica non solo della nostra provincia, ma anche dell’identità nazionale, esaltata anche da una collocazione ideale in un luogo centrale della città, rischierà di essere marginalizzato, se non chiuso, od affidato ad altre gestioni ignote al momento e non supportate da idonee garanzie. Siamo costernati per questa decisione, proprio in questi momenti in cui da più autorevoli voci si invitavano le istituzioni ad incrementare gli sforzi per riscoprire le nostre radici storiche e culturali, che non possono prescindere da un adeguato insegnamento del Risorgimento e dal supporto di adeguate strutture museali. Occorre “più Storia e insegnata bene nelle nostre scuole”, sostiene lo storico Giovanni Belardelli nel suo ultimo libro “Il tramonto del passato. La crisi della storia nella società contemporanea”, per combattere l’abbandono virtuale di tale disciplina nelle società occidentali, dove il consumismo sfrenato privilegia il senso della frase hic et nunc (qui e ora), dove si vive solo nel presente e di fatto è come se tutto stesse accadendo oggi. Quindi nell’ignoranza crescente si abbattono statue, si cancellano i nomi, ci si vergogna anche del nostro passato virtuoso che ci ha portato con fatica alla democrazia. Sull’argomento segnaliamo anche la recentissima opera del sociologo Frank Furedi, La guerra contro il passato, che parla di una inquietante “rivolta” contro il tempo che spesso è visto come sentina di nefandezze che gravano sulla nostra società. Tutto ciò con un odio che si riversa sulla memoria e che va ascritto anche alle responsabilità delle università del mondo occidentale. Secondo l’autore citato è spesso in questo ambito che i “guerrieri della cultura” attribuiscono all’Occidente la colpa storica dei mali odierni. Tardivamente ci si accorge, come ora scrive Massimo Cacciari, che: “Non abbiamo passato, il nostro tempo è solo un presente che accelera prepotentemente verso un futuro indefinito (…). Meglio cancellarlo il passato, dunque, cancel culture dominante ovunque”. Va dato atto che l’opinionista Federico Rampini già da tempo aveva lanciato il grido d’allarme, denunciando questa tendenza suicida paragonabile ad un disarmo strategico dell’Occidente e dell’Europa preceduto da un “disarmo culturale” proposto alle nuove generazioni. Anche se in un ambito locale, da parte del prof. Luciani e di un gruppo di volontari a lui collegato, si era provato a reagire a questa deriva, cercando di tenere acceso il ricordo di una fase fondamentale per il nostro Paese e della Lucchesia, anche perché furono molti i lucchesi che si collegarono all’ epopea risorgimentale: la famiglia Cotenna di Monte S. Quirico con le sue donne valorose; i mazziniani – garibaldini Enrico Andreini, Luis Ghilardi, Tito Strocchi, Pietro Barsanti, Antonio Mordini, Nicola Fabrizi, i fratelli Tallinucci, Giacomo Simoni a Barga e Bagni di Lucca; i fratelli Borrino di S. Andrea di Compito, con le loro Camelie tricolori. Ed anche con Giuseppe Binda, personaggio che sarebbe da far conoscere ancora di più e che ci collega anch’egli alla grande storia. Ed ancora, per la Versilia: la famiglia Angiolini, padre e figlia; Dario Calderai, medico mazziniano di fine Ottocento. E nessuno di costoro disdegnava l’uso delle armi, quando necessario.
Persino diversi sacerdoti furono attivi durante gli anni del Risorgimento: in Lucchesia, l’abateMatteo Trenta, il sacerdote Antonio Giovannetti di Castelnuovo, l’ex gesuita Gioacchino Prosperi, il frate Francesco Giambastiani, il sacerdote Romualdo Volpi; in Versilia: lo scolopio stazzemesepadre Geremia Barsottelli, il frate seravezzino Donati, amico del Carducci che affettuosamente lo chiamava “Cecco frate”.
Merita, infine, ricordare Giovambattista Giorgini (1818 – 1908), che sposerà la figlia di Alessandro Manzoni, il quale fu il relatore della legge del 17 marzo 1861 che attribuiva a Vittorio Emanuele II il titolo di Re d’Italia. Il 21 aprile 1861 questa legge diventava la n. 1 del nuovo stato unitario.
Ed è da ricordare con decisione agli smemorati che nel 2012 è stata istituita ufficialmente la ricorrenza del 17 marzo 1861 proprio per celebrare in Italia la Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera. Purtroppo, invece di lavorare al rafforzamento dell’identità nazionale, assistiamo a questo disinteresse verso le vicende ed i personaggi che dettero lustro alla Lucchesia, vanificando l’opera del Museo del Risorgimento lucchese che sarebbe stato uno strumento fondamentale per tenere acceso il testimone di un glorioso passato. Ci auguriamo che un chiarimento avvenga da parte degli amministratori locali nel merito di questa vicenda, per non fare riecheggiare quelle feroci espressioni usate da Giosuè Carducci, nel 1905, nei confronti degli amministratori lucchesi di allora che intendevano attuare alcune speculazioni edilizie nella città, tanto da meritarsi dal poeta la definizione di “vili meccanici nemici d’ogni gentile e puro adoperare”.
p.s.
Per dovere di cronaca, si registra che nelle ultime ore l’Amministrazione Provinciale, con un comunicato stampa, ha confermato ufficialmente il proposito di trovare un‘altra sede per il Museo del Risorgimento e a tal fine sta cercando una soluzione idonea con il Comune di Lucca. Comunque, il Museo resterà nel Palazzo Ducale finché non sarà individuata e realizzata un sede idonea che lo valorizzi al meglio. La Provincia precisa inoltre che, anche quando sarà trovata un’altra collocazione, i cimeli conservati nella Museo saranno ceduti solo in comodato d’uso e resteranno di proprietà dell’ente di Palazzo Ducale.





