L’oro e l’alchimia
Roberto Pizzi.
L’articolo dal titolo “Tempesta perfetta sull’oro di Arezzo” pubblicato il 30 marzo dalla redazionedi questa rivista riporta alla mente alcune riflessioni sul prezioso metallo, bramato da sempre dall’uomo.
La crisi internazionale, con le drammatiche guerre in corso, trascende le nostre possibilità di influire sugli eventi e sulla attuale crisi del mercato dei metalli preziosi, causata – a quanto dicono gli esperti – dall’oscillazione e dalla volatilità dei prezzi, che rendono massima l’incertezza e non permettono alcuna pianificazione dell’economia. Fra chi soffre della recente crisi vi è anche il distretto aretino: “carne della nostra carne” toscana, costretto a varie chiusure aziendali. Inquietanteè il fenomeno che da gennaio a settembre 2025 ha fatto registrare una flessione del 31,7 % dell’export dell’oreficeria, settore dove si esplicano intelligenze e capacità creative che non vanno disperse, semmai riconvertite; producendo, invece, un’impennata negli acquisti dei lingotti d’oro, che frena la circolazione dei capitali per investimenti più produttivi e aumenta contestualmente la tendenza speculativa.
Non avendo ricette per risolvere questa crisi economica, senza pretese moralistiche, né illusioni di vedere a breve un mondo di puri e disinteressati operatori, possiamo offrire, in queste pagine, solouna digressione sulla storia dell’Oro, partendo dall’argomento dell’ Alchimia che è sempre stimolante per i suoi simboli e per i significati nascosti, con la speranza che si ripeta quel processo storico che, per l’eterogenesi dei fini, nei secoli scorsi dirottò gli sforzi dall’ “Arte Regia” a quelli più proficui della Chimica. Ossia, tutto sommato, una storia a lieto fine, nel senso che, pure a fatica, l’ingegno umano raggiunse risultati che non furono per niente disprezzabili, se pensiamo ai progressi della Scienza, da Galileo ai giorni nostri. Progressi di crescita a velocità esponenziale che tuttavia non hanno scongiurato il rischio che l’uomo diventi un apprendista stregone che evoca il fantasma (la tecnica) non riuscendo più a controllarlo.
L’Alchimia, contrariamente a quanto si ritiene, non fu un parto dell’Occidente, il quale vi si dedicò solo dopo una certa epoca. Essa si sviluppò inizialmente nel mondo islamico e nell’Oriente, dal quale l’Europa importò anche una gamma di preziosi accorgimenti tecnici: la staffa, la carriola, la manovella, la polvere da sparo, la bussola, la stampa. Il nostro continente era, alla fine del primoMillennio, una regione arretrata, mentre il mondo arabo era un progredito esportatore di conoscenza.
Per suo tramite l’ Occidente riscoprì le traduzioni dei classici della sapienza greca e rispetto alla Europa cristiana le autorità politiche e religiose islamiche – pur mantenendo un atteggiamento di sospettosa tolleranza verso la speculazione scientifica e filosofica – non impedirono del tutto lo sviluppo di cerchie esoteriche di ricerca. Poi, qualcosa cambiò profondamente e fra le società Occidentali e Orientali vi fu una crescente divaricazione dello stile di vita che non possiamo descrivere in queste poche righe. L’Occidente conobbe la nascita dei liberi Comuni, l’Umanesimo e il Rinascimento, la formazione degli Stati nazionali, le riforme religiose. L’Islam, anche per una serie di invasioni culminate nelle terrificanti orde mongole del XIII secolo, si ripiegò su se stesso.
Lo scopo degli alchimisti era, in generale, la trasmutazione della materia vile in Oro, ossia nel
metallo giallo e lucente che richiama il sole e la sua luce. Essi ritenevano che tutte le cose avevano origine da quattro elementi – terra, acqua, aria e fuoco – e dall’azione di quattro principi – caldo e freddo, secco e umido– cui si era aggiunto successivamente (nella scia della generale accettazione delle teorie astrologiche) l’influsso dei corpi celesti. Chi praticava l’Alchimia era convinto che riproducendo il procedimento seguito in natura il risultato non sarebbe mancato.
Il problema era dunque di scoprire quel processo: il maggior lavoro era quello di provare instancabilmente a combinare le più diverse sostanze – per cui la necessità di trovarne sempre di nuove e di descriverle accuratamente per meglio studiarle – variando in continuazione le dosi, avendo la necessità di opportuni e precisi strumenti di misura, inventandone anche di nuovi, ideando e utilizzando tutti i possibili procedimenti. Per rispondere a queste domande l’Alchimia affinò le sue conoscenze delle sostanze impiegate: minerali, metalli, corpi semplici, sali, acidi, solventi; imparò l’esattezza delle prescrizioni, teorizzò particolari trattamenti, quali evaporazione, sublimazione, soluzione ed inventò la distillazione con l’alambicco. Tutto questo bagaglio di conoscenze dette i suoi frutti in molte tecniche: metallurgia, tintura dei tessuti, profumeria, preparazione farmaceutiche, veleni; ed elaborò un lessico specifico, le cui tracce sono ancora abbondantemente presenti in tutte le lingue moderne. Naturalmente, in accordo con la generale accettazione della magia e dell’astrologia, tutte le sostanze erano abbinate a particolari corpi celesti così che spesso uno stesso simbolo valeva ad indicare entrambi e l’alchimista, per il proprio operare, doveva cercare il momento in cui le stelle erano favorevoli a lui e al processo che aveva in animo di attuare; doveva recitare apposite invocazioni e compiere determinati gesti, così che la sua attività si trasformava quasi in un rito. Alla lunga, poi, il valore scientifico dell’Alchimia si legòsempre più (stavolta in Occidente) all’ottenimento del risultato: da cui l’attenzione alle leggi del moto e della traiettoria (indispensabili per un efficiente uso dell’artiglieria), ai principi dell’idraulica (utile ai costruttori di porti e canali), alla chimica degli esplosivi (utile nella produzione di armi). Ma anche alla conquista dell’eterna giovinezza; o alla ricerca del potere assoluto. Ed in particolare alla produzione della ricchezza, con la trasformazione di sostanze vili in Oro; od anche per trasmutare il Ferro in Rame, ossia un metallo in altro metallo. Cose rivelatesi impossibili che ingannarono anche il grande Newton, il quale scrisse una lettera ad un suo amico, nel 1669, nella quale chiedeva di indagare se fosse vero che in Ungheria trasmutassero il Ferro in rame sciogliendolo in Acqua vetriolica. L’Alchimia, dunque, rappresentò una fase di passaggio dalla magia alla scienza, dall’irrazionale al razionale, nel senso che il cambiamento ricercato doveva essere realizzato da un agente reale e non attraverso incantesimi palesemente immateriali. Newton non conosceva abbastanza la chimica per poter comprendere che quel genere di trasmutazione di elementi che egli si proponeva era impossibile. Ma sia lui che i suoi contemporanei avevano cognizioni sufficienti sulla natura della realtà, ed erano sufficientemente pragmatici per badare soprattutto ai risultati; sicché, quando l’ingegnosità di tutti gli alchimisti si rivelò incapace di materializzare la pietra filosofale o l’elisir di lunga vita, essi abbandonarono la ricerca degli obiettivi impossibili per rivolgere il proprio sapere e le proprie abilità al perseguimento razionale di obiettivi raggiungibili.
Eccoci di nuovo, in conclusione, all’oggetto del nostro articolo, l’Oro, che torna a esprimere la sua utilità maggiore come strumento di riserva di valore e di bene rifugio nei momenti di incertezza e instabilità e non tanto come elemento di propulsione e di progresso. Del resto, troppa luce può accecare e questo metallo prezioso, dalle molte doti, sembra richiamarci ad una adeguata prudenza.Può esserci utile ricordare il dramma musicale di Wagner “L’oro del Reno”, della tetralogia dal titolo “L’anello del Nibelungo”. La metafora in esso contenuto è che il potere assoluto e la ricchezza smodata corrompono l’amore e generano sventura. L’oro che giace in questo fiume èrappresentato, infatti, come un tesoro magico che verrà sottratto, portato in superficie e trasformato in un anello che conferisce potere illimitato, ma solo a patto di rinunciare all’Amore. Gli effetti saranno così discordie, maledizioni e distruzione. Il vero valore dell’Oro del Reno è tale finché esso resta in fondo al fiume. Chissà, allora, che non convenga a tutti di rimodellare le aspirazioni e riflettere sul fatto che il successo nella vita non si può misurare esclusivamente sul denaro (che non deve essere considerato, comunque, “sterco del diavolo”). Non dimenticando invece che, spesso, la lettura di un buon libro, la visita a un museo, l’aria buona, leali rapporti col prossimo possono dareconsolazione alle nostre inquietudini e speranza di avere, un giorno, un’umanità migliore.





