L’ombra di Modena e il profilo dei nuovi jihadisti, il Viminale dà via libera a prefetti e questori
Ariel Piccini Warschauer.
Un rischio concreto, serissimo, che in poco più di un mese è tornato a scuotere l’Italia: il terrorismo di matrice fondamentalista islamica. Ma la minaccia ha cambiato volto. Oggi non ci si trova più davanti a reti strutturate e reclutamenti d’altri tempi; il pericolo attuale è rappresentato dalla violenza in quanto tale, dalla volontà immediata di colpire in modo spettacolare, per finire sui social, seminare il terrore e trovare il “martirio” in Occidente.
Un salto di livello che rende il monitoraggio delle forze dell’ordine e dell’intelligence drammaticamente complesso, costringendo gli apparati di sicurezza a ridefinire lo stesso concetto di prevenzione. Il motivo? L’inquietante accelerazione dei tempi di adesione alla causa: una vera e propria «flash radicalization» (radicalizzazione istantanea) che riduce la finestra temporale d’intervento a pochi giorni, se non addirittura a poche ore.
Davanti a questa minaccia fluida, il livello di allerta disposto dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, resta altissimo (in particolar modo dopo gli eventi del 7 ottobre). La risposta strategica si sta muovendo su due binari: da un lato le nuove norme introdotte dal pacchetto sicurezza, che facilitano l’anticipazione della soglia di punibilità; dall’altro, una precisa direttiva del Viminale che ha dato mandato a prefetture e questure di aggiornare continuamente e in piena autonomia i dispositivi di sicurezza sul territorio, adattandoli rapidamente ai mutamenti della minaccia, che ha un volto preciso: quello dell’islam radicale.
I numeri, d’altronde, parlano chiaro: sono circa 70 gli arresti per terrorismo effettuati dall’inizio della legislatura.
Ma chi sono i nuovi jihadisti? Il profilo emerso dalle ultime indagini è quello di soggetti giovani, spesso minorenni, fragili dal punto di vista psicologico, abili nell’uso delle piattaforme social e del web, utilizzati dallo Stato Islamico come principale bacino di reclutamento e soprattutto italiani di seconda generazione.
Per arruolare i nuovi militanti e istruirli sul confezionamento di ordigni artigianali (tramite guide nel dark web o canali di propaganda), i reclutatori e i simpatizzanti utilizzano una fitta rete di account social e numerosi dispositivi elettronici, una strategia mirata a confondere le acque e depistare le indagini telematiche.
I casi recenti emersi dalle inchieste della Digos e dell’antiterrorismo confermano la capillarità del fenomeno: Zakaria Ben Haddi, 21enne marocchino residente a Vimercate, è stato arrestato prima che potesse compiere una strage. Sul suo telefono sono stati rinvenuti video di propaganda con istruzioni per creare ordigni e contatti diretti con membri dell’Isis. A Reggio Emilia è stato fermato un ragazzo che, armato di coltello, era pronto a colpire nel centro della città. Un profilo inquietante: a soli 15 anni mostrava già ai compagni di scuola video di decapitazioni. A Firenze un minorenne di origine tunisina è stato indagato per arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Il giovane si era dichiarato pronto ad agire, ricevendo istruzioni sulla tipologia di luoghi da colpire e cercando attivamente armi. Prima di questi episodi, la scia di sangue era stata aperta da Salim El Koudri, 21 anni, che alla guida di una Citroen C3 ha investito sette persone nel pieno centro di Modena, ferendone gravemente almeno quattro. Una dinamica che ha tragicamente ricalcato la strategia dei “lupi solitari” che ha insanguinato l’Europa negli scorsi anni.
Il problema principale per chi deve garantire la sicurezza resta l’imprevedibilità: la volontà indiscriminata di questi soggetti di interrompere la normalità della vita quotidiana, colpendo nel mucchio, per stabilire un nuovo e folle ordine geopolitico e religioso. E la cosa ancor più inquietante è che questi soggetti provengono da nuclei familiari spesso integrati e accolti in un Paese che a loro offerto possibilità di lavoro e di studio.





