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L’Iran in mano ai falchi, i pasdaran oscurano la diplomazia

Ariel Piccini Warschauer.

Mentre i cieli del Medio Oriente restano carichi di elettricità statica, in attesa della prossima fiammata, un vero terremoto sta scuotendo i palazzi del potere a Teheran. Non è una questione di droni o missili intercontinentali pronti al lancio, ma di chi tiene effettivamente in mano il joystick del comando. Secondo l’ultimo rapporto dell’ISW (Institute for the Study of War), il baricentro decisionale della Repubblica Islamica si è spostato drasticamente verso la linea più dura e intransigente.

Al centro della scena c’è il generale Ahmad Vahidi, figura storica delle Guardie della Rivoluzione (IRGC) e uomo che non ha mai nascosto la sua vocazione al muro contro muro. Vahidi e la sua cerchia di fedelissimi avrebbero assunto un controllo “almeno parziale” non solo sulla macchina bellica iraniana, ma — fatto ancor più inquietante — sulla posizione negoziale del Paese.

In termini semplici: la diplomazia è finita nelle mani dei peggiori ceffi del regime degli ayatollah. Se prima il Ministero degli Esteri cercava faticosamente di bilanciare la minaccia con il dialogo per evitare il collasso totale, oggi sono i Pasdaran a scrivere le clausole dei (pochi) canali aperti. È la vittoria dei falchi, che vedono nella crisi con Israele l’occasione irripetibile per blindare il regime e imporre la propria egemonia regionale, costi quel che costi.

Dall’altra parte della scacchiera, gli Stati Uniti non restano a guardare. La risposta al dinamismo dei Pasdaran è nel fragore delle turbine nel Mar Arabico. Il CENTCOM, il comando centrale americano, ha diffuso immagini che non lasciano spazio a interpretazioni: i Marines e i marinai della USS Rushmore (LSD 47) sono impegnati in “operazioni di blocco” e pattugliamento intensivo.

Non è una crociera di piacere. La USS Rushmore, una nave da sbarco capace di proiettare forza d’urto ovunque sia necessario, funge da perno per impedire che il traffico d’armi iraniano verso i proxy regionali — dagli Houthi in Yemen alle milizie in Iraq — possa alimentare ulteriormente il fuoco. È un messaggio visivo e tattico inviato direttamente a Vahidi: ogni mossa fuori dai confini troverà un muro d’acciaio a sbarrare la strada.

La situazione è fluida e al tempo stesso molto pericolosa. Con i generali dell’IRGC alla guida della politica estera, il margine di errore si riduce allo zero. L’Iran non sta più solo “reagendo”; sta attuando una gestione della campagna militare che punta al rialzo. Washington risponde con il dispiegamento navale, tentando di soffocare le linee di rifornimento di Teheran prima che la miccia venga accesa definitivamente.

Il rischio, tra le onde del Mar Arabico e le stanze del potere iraniano, è che la logica delle armi sostituisca definitivamente quella della politica. E quando a negoziare sono i generali, l’unica lingua che conoscono è quella del campo di battaglia.

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