L’inondazione del 2 ottobre 1836 nello stato lucchese
Roberto Pizzi.
I Lucchesi, nel loro passato, hanno dovuto fare i conti con le disastrose piene del Serchio che periodicamente rovinavano i raccolti, gli allevamenti, le abitazioni. Un assetto controllabile del fiume fu raggiunto, in qualche modo, intorno agli anni ’40 del 1800, dopo che, ancora, in quel secolo, si erano avute devastazioni e inondazioni paurose, come quella del 1812 che aveva esaltato una funziona anomala delle Mura, costruite come difesa dal fuoco di un nemico mai arrivato, servite invece come argine contro le acque di un Serchio impazzito che minacciava di travolgere la città. Ancora nel 1817, nella fase di transizione, dopo la fine del Principato dei Baciocchi, durante l’occupazione provvisoria degli austriaci e l’imminente arrivo dei Borboni, si hanno notizie di una città vessata dagli occupanti, ma ferita ancor più dal Serchio che aveva straripato, invadendo quella pianura dove si intravedevano le ombre dei cavalieri dell’Apocalisse con i loro doni avvelenati di pestilenza, guerra, carestia. Una delle ultime drammatiche alluvioni, prima che fossero avviati ulteriori lavori di arginatura e contenimento delle acque grazie alle iniziative del ministro Ascanio Mansi (negli ultimi anni del ducato borbonico) , si verificò nell’ottobre del 1836. Ce ne dà notizia il poema di Pier Angelo Sarti, “Per l’inondazione del dì 2 Ottobre 1836 nello stato Lucchese”, contenuto in un piccolo quaderno che raccoglie anche altri versi inediti. L’immaginifico poeta che fu anche scultore di successo nell’Inghilterra del XIX secolo (del quale seguirà una biografia, nei prossimi numeri della rivista) ci racconta come le forze della natura si scatenarono quel giorno d’autunno, quando d’improvviso si udì mugghiare il tuono e la tempesta fra l’alpe di Coreglia e il marginone, a preavviso di un diluvio che parve poi in grado di far precipitare sulla terra le volte del Firmamento che in seno tutte le acque sembrava avesse accolte. Il poeta narra che tre torrenti gareggiarono fra loro per provocare rovine ed alimentare la devastazione del Serchio nel quale confluivano: la Turrite che sembrava urlare dalla furia e sbaragliava ciò che incontrava nel suo cammino, la Lima che le stava a pari distruggendo capanne, greggi, abbattendo tutti i ponti fin dalle fondamenta e la Pedogna che, rompendo gli argini a notte, s’infranse contro Diecimo, lasciando il paese pieno di lutti dopo aver recato offesa anche alla chiesa del paese, cioè al Tempio della madre del Signore. Nel sacro edificio, l’acqua del torrente, dopo aver sfondato le porte e fatto rovinar per terra le panche, e il Tribunal di Penitenza e tutto quello che incontrava sul suo percorso, finì per sbattere della divina alta potenza terribilmente il Trono, e quasi il flutto in un istante giunse all’eminenza. La desolazione colpì la pianura lucchese, con tutte le colture rovinate e l’uva, non ancora vendemmiata, strappata dalla forza della natura. Per tre giorni si sparse la furia dell’alluvione che seminò il terrore anche nella città capoluogo, così descritta nei versi del Sarti: Lucca, qual nave che incontrò lo scoglio, si trova e geme, che sull’argin visto ha già del Serchio ribollir l’orgoglio. Dolente sul le mura il popol tristo vede l’opra feral del turbin folto ed al tempio sen va confuso e misto.Quando improvvisamente il sole ricomparve, facendo cessare la tempesta, si contarono i danni e la povera gente, secondo le parole del poeta, girava sgomenta per le strade domandandosi quale sarebbe stato il suo futuro e quello dei propri figli.





