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L’attentato fallito a Trump, le risposte di un esperto

Ariel Piccini Warschauer.

Abbiamo realizzato un’intervista con un esperto di antiterrorismo del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) dei Carabinieri di stanza in Lombardia.

D: “Comandante, grazie per il tempo che ci dedica. Analizzando le dinamiche di episodi come il caso di Cole Thomas Allen al Washington Hilton e il suo attentato per fortuna fallito al presidente degli Stati Uniti, emerge con forza il concetto di ‘pre-positioned guest’. Come valuta, dal punto di vista operativo, la vulnerabilità di una struttura alberghiera trasformata in bunker temporaneo?”

Esperto (ROS): “Il punto focale che lei ha sollevato è corretto: il problema non è la tecnologia, è la geometria dell’evento. Noi, in gergo, chiamiamo questo fenomeno ‘degradazione del perimetro’. Quando una struttura civile diventa un obiettivo sensibile, il primo errore che si commette è pensare di poter applicare una bolla di sicurezza assoluta su un ambiente ‘sporco’ per definizione.

Un hotel è progettato per essere accogliente, permeabile e multifunzionale. Trasformarlo richiede una ‘bonifica’ (in termini di Technical Surveillance Counter-Measures o TSCM) che va ben oltre il controllo dei varchi. Se un soggetto riesce a posizionarsi all’interno prima che il perimetro venga sigillato, ha già vinto la prima partita: quella del tempo.”

D: “Lei ha parlato di ‘bonifica’. Nella sua esperienza, quali sono le maggiori criticità nel contrastare chi sfrutta il tempo per eludere i controlli?”

Esperto (ROS): “Il rischio è che la sicurezza si concentri su ciò che è dinamico — la folla in entrata, i VIP, i protocolli d’arrivo — ignorando ciò che è statico. Se un soggetto è già nella stanza 502, lui è parte dell’arredo. La nostra sfida non è solo il metal detector, che è una tecnologia passiva ormai superata da chiunque abbia una conoscenza base della materia. La sfida è l’intelligence.

Oggi, un’arma in polimeri o un’arma artigianale stampata in 3D non è una ‘novità’, è una realtà con cui ci confrontiamo quotidianamente. Il ‘Ghost Gun’ non è un mito cinematografico; è un oggetto che, se ben dissimulato all’interno di un bagaglio tecnico (penso a componenti elettronici o attrezzi da lavoro), passa inosservato ai raggi X standard che cercano ‘forme di armi’. Chi opera nel settore sa che la vera difesa non è il portale all’ingresso, ma la profilazione degli ospiti registrati.”

D: “A proposito di tecnologie, quanto preoccupano i materiali non metallici o le tecniche di ‘smembramento’ dell’arma?”

Esperto (ROS): “Preoccupano quanto la creatività dell’attentatore. Il problema del materiale (ceramica, carbonio, polimeri) è reale, ma è il processo di occultamento a essere il vero moltiplicatore di minaccia. Se lei smonta un’arma, i componenti perdono la loro ‘firma’ visiva. Se poi aggiunge una schermatura empirica, rende il compito dell’operatore alla macchina un incubo statistico.

Non si può puntare tutto sulla tecnologia di rilevamento. La contromisura, la vera arma dell’antiterrorismo, è l’interdizione proattiva: il controllo rigoroso delle liste degli ospiti, l’analisi comportamentale (il behavioral analysis), e la bonifica fisica delle camere. Se non bonifichi ogni centimetro quadrato prima di dichiarare la struttura ‘sicura’, stai solo illudendo te stesso.”

D: “Quindi, il paradosso della sicurezza è insolubile in ambito civile?”

Esperto (ROS): “Non direi insolubile, ma certamente dispendioso. La sicurezza ha un costo. Se vuoi blindare un hotel, devi trattarlo come un teatro operativo militare: lo sgomberi, lo sigilli, lo bonifichi, e non permetti a nessuno — nemmeno al personale di servizio — di accedere senza un livello di “clearance”:pari a quello di un’installazione governativa. Se non sei disposto a pagare quel prezzo, allora devi accettare che esista sempre un rischio residuo. Il caso di cui discutiamo ci insegna che, laddove la tecnologia si ferma, deve iniziare l’ossessione per il dettaglio umano e procedurale.”

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