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L’America di Donald non fa sconti: scacco all’Iran e schiaffi alla Nato

Ariel Piccini Warschauer.

Donald Trump non ha fretta. Seduto dietro la scrivania Resolute dello Studio Ovale, il Presidente degli Stati Uniti detta i tempi della crisi mediorientale con il piglio del navigato negoziatore che sa di avere in mano tutte le carte migliori. L’ultimo annuncio è molto chiaro e allo stesso tempo tattico: il cessate il fuoco tra Israele e Libano viene esteso per altre tre settimane. Un intervallo di tempo che serve a Gerusalemme per consolidare i risultati e a Washington per stringere ancora di più il cappio attorno al collo dei mullah di Teheran.

Il bastone e la carota

Ma non ci si inganni: la mano tesa non è segno di debolezza. Mentre Trump dichiara che le armi nucleari «non dovrebbero mai essere permesse» e assicura che non verranno usate contro l’Iran, la realtà dei fatti parla la lingua dei cannoni e del petrolio. Nelle acque del Golfo Persico è appena giunta la portaerei USS George H.W. Bush, e si unisce alle altre due corazzate già presenti nell’area. Il blocco navale americano è ormai totale e il messaggio inviato allo Stretto di Hormuz è raggelante: «Ho dato ordine di uccidere chiunque venga sorpreso a piazzare mine», ha ringhiato il tycoon. La libertà di navigazione non è negoziabile, e chi proverà a sabotare le rotte dell’oro nero finirà in fondo al mare.

Alleati o “passeggeri”?

Il vero terremoto, però, Trump lo scatena dentro i confini della NATO. La pazienza verso l’Europa sembra finita. Il Pentagono sta valutando misure “punitive” contro quegli alleati che hanno negato il supporto logistico o l’uso delle basi durante le operazioni contro l’Iran.

Nel mirino c’è soprattutto la Spagna di Pedro Sanchez, colpevole di non aver assecondato le richieste americane. Le indiscrezioni che filtrano da Washington sono clamorose: si parla persino di una sospensione di Madrid dall’Alleanza Atlantica. Ma non basta. Per colpire il “tiepido” Regno Unito di Starmer, Trump starebbe pensando di ribaltare decenni di politica estera, mettendo in discussione la sovranità britannica sulle Isole Falkland. Un “fuoco amico” che serve a ricordare una cosa sola: con questa Casa Bianca, la protezione americana si paga con la fedeltà assoluta.

L’Iran nel caos

Intanto, a Teheran regna la paralisi. Il regime, già decimato dai raid dei mesi scorsi, osserva impotente il rafforzamento del dispositivo militare USA. Trump attende che il caos interno faccia il resto, puntando a una resa incondizionata che porti a un accordo «eterno». Non vuole una guerra nucleare, non ne ha bisogno: gli basta la morsa della marina e il collasso economico di un nemico ormai alle corde.

La tregua di tre settimane è l’ultimo avviso: i motori delle portaerei sono accesi, e il tempo per i mullah sta per scadere.

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