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La perizia di Cristina Cattaneo riscrive la dinamica del delitto di Garlasco

Ariel Piccini Warschauer.

Un’agonia lenta, drammatica, durata tra i 15 e i 20 minuti. Venti minuti di puro terrore, durante i quali Chiara Poggi ha tentato disperatamente di difendersi, di respingere la furia del suo assassino prima di arrendersi all’ultimo, fatale colpo. È lo scenario agghiacciante che emerge dalla nuova consulenza medico-legale affidata dalla Procura di Pavia a Cristina Cattaneo. Un documento destinato a terremotare le vecchie certezze granitiche sul delitto di Garlasco, consumatosi il 13 agostodel 2007.

Fino ad oggi, i processi avevano cristallizzato l’immagine di un’aggressione fulminea, quasi chirurgica. Ma i dati clinici analizzati dalla dottoressa Cattaneo raccontano tutta un’altra verità. Chiara Poggi è stata colpita con almeno 12 colpi brutali, sferrati con un corpo contundente mai identificato. La chiave del mistero, però, risiede nelle reazioni del corpo della giovane: nei primi momenti dell’attacco, Chiara era ancora “nelle piene capacità di reagire”. Non ha perso subito conoscenza, come si era ipotizzato nei tre gradi di giudizio che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi.

I segni riscontrati sul corpo della ragazza — ecchimosi, escoriazioni e lividi distribuiti non solo sul capo, ma anche sulle braccia e sulle gambe — parlano una lingua inequivocabile: quella della “difesa passiva”. Chiara ha alzato le braccia per ripararsi, si è rannicchiata, ha cercato di schivare i colpi e di sottrarsi alla furia omicida all’interno della villetta di via Giovanni Pascoli. Ogni singolo colpo è stato inferto mentre la ragazza era ancora in vita, impegnata in un corpo a corpo impari. La vittima non è svenuta subito; ha lottato per venti minuti dall’inizio della prima ferita, restando cosciente per gran parte dell’aggressione.

Questa dilatazione dei tempi di morte introduce un elemento di profonda crisi nella ricostruzione cronologica che ha portato alla condanna a 16 anni di reclusione per l’ex fidanzato, Alberto Stasi. La sentenza definitiva poggiava infatti su un incastro temporale millimetrico: un margine di appena 23 minuti complessivi nei quali Stasi avrebbe dovuto entrare nella villetta dei Poggi, uccidere la fidanzata, ripulirsi e fare ritorno alla propria abitazione per riprendere a lavorare al computer.

Se l’aggressione da sola è durata circa venti minuti, l’intero castello accusatorio basato su quella ristrettissima finestra oraria rischia di vacillare pericolosamente. Com’è possibile condensare la colluttazione, l’omicidio, la pulizia della scena del crimine e la fuga in una manciata di secondi residui? Questo dubbio riaccende i riflessi sull’alibi di Stasi per la tarda mattinata di quel tragico lunedì d’estate.

La perizia della dottoressa Cristina Cattaneo non si limita a ridisegnare l’orario e le modalità del decesso di Chiara Poggi, ma entra direttamente nel cuore pulsante della cosiddetta “Inchiesta Bis” della Procura di Pavia. I magistrati stanno infatti valutando con estrema attenzione la compatibilità del piede e degli spostamenti di Andrea Sempio, l’allora giovane conoscente di Chiara, finito nel registro degli indagati.

Al centro degli accertamenti ci sono le impronte parziali calpestate sul pavimento della villetta di Garlasco intriso di sangue e i tabulati telefonici della mattinata del 13 agosto 2007, che posizionerebbero Sempio in zone compatibili con il luogo del delitto in una fascia oraria più ampia, che va dalle 9:12 (ora in cui Chiara ha disattivato l’allarme di casa) fino a mezzogiorno.

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