Il regime iraniano sfida l’ultimatum di Trump ma la mezzanotte di fuoco è vicina
Ariel Piccini Warschauer.
L’odore di zolfo e petrolio bruciato torna a soffocare il Golfo. Non sono passate che poche ore dal ruggito di Donald Trump dalla Casa Bianca, e i pretoriani di Teheran hanno già risposto con la lingua che preferiscono: quella dei missili. Il bersaglio non è casuale: Jubail, il cuore pulsante della petrolchimica saudita, il santuario dell’oro nero che Ryad divide con i giganti americani Dow ed ExxonMobil.
I radar hanno tracciato le scie intorno alle tre del mattino. Uno sciame di droni suicidi e missili a medio raggio lanciato dalle basi dell’IRGC, i pasdaran che ormai hanno preso il controllo totale della strategia di escalation. Nonostante lo scudo dei Patriot sauditi abbia fatto il suo lavoro intercettando gran parte della minaccia, le fiamme sono divampate nel complesso di Sadara. Colonne di fumo nero si alzano verso il cielo del deserto, visibili a chilometri di distanza, un segnale di fumo inviato direttamente allo Studio Ovale.
È la legge del taglione in salsa sciita: Israele ha colpito i poli chimici iraniani di Asaluyeh? Teheran risponde colpendo i gioielli della corona dei Saud. Ma la vera partita si gioca sull’acqua, in quel corridoio stretto e maledetto che è lo Stretto di Hormuz.
Donald Trump non ha usato giri di parole. Lo stile è quello del 2017, ma con una determinazione che sa di resa dei conti finale. L’ultimatum scade domani, martedì sera. La richiesta è secca: aprire i rubinetti di Hormuz, o l’Iran tornerà all’età della pietra. Se Teheran non ritirerà le sue unità navali e le mine che bloccano il 20% del greggio mondiale, il Pentagono ha già pronti i piani per il “Power Plant Day”. “Colpiremo ogni centrale elettrica, ogni ponte, ogni snodo vitale”, ha tuonato il Presidente. Una minaccia di blackout totale per mettere in ginocchio un regime che barcolla ma non molla la presa.
Mentre scrivo, l’Arabia Saudita ha blindato i confini. Il ponte King Fahd, cordone ombelicale con il Bahrain, è stato chiuso. I jet della coalizione sono già in volo, pronti a trasformare l’ultimatum in azione. La sensazione, qui sul terreno, è che la diplomazia abbia ormai esaurito l’inchiostro.
L’Iran ha scelto di scommettere tutto sulla provocazione estrema, sperando che il prezzo del petrolio alle stelle spaventi l’Occidente. Ma con Trump di nuovo al comando, il calcolo del rischio potrebbe rivelarsi un suicidio assistito per gli ayatollah. La clessidra è girata. Martedì notte sapremo se sarà l’alba di una nuova guerra o il tramonto definitivo di un regime.





