Il golpe dei generali, così i pasdaran hanno commissariato la diplomazia iraniana
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un tweet che rischia di passare alla storia come l’epitaffio della diplomazia iraniana. Quando venerdì scorso Abbas Araghchi ha scritto su X che lo Stretto di Hormuz era “completamente aperto”, non stava solo lanciando un segnale ai mercati petroliferi: stava, forse inconsapevolmente, firmando la propria condanna politica. Pochi minuti dopo, la reazione di Donald Trump — che si è intestato il merito della riapertura — ha trasformato quel messaggio in un boomerang micidiale, scatenando la furia dei pretoriani del regime.
L’attacco sferrato dai media vicini ai Pasdaran (le agenzie Tasnim, Fars e Mehr) non ha precedenti per violenza e tempismo. Accusano Araghchi di “dilettantismo comunicativo”, di aver regalato a Washington una vittoria d’immagine e, soprattutto, di aver fatto crollare il prezzo del greggio, l’unica vera arma di pressione rimasta in mano a Teheran. Ma dietro la disputa tecnica si nasconde uno scontro di potere brutale: i generali vogliono la testa del ministro per blindare definitivamente la linea dura.
In Parlamento, le figure più vicine ai falchi chiedono già la sua rimozione. Il messaggio è chiaro: la politica estera non appartiene più ai diplomatici in abito scuro, ma a chi indossa la divisa.
Al centro di questa manovra c’è una figura che incarna la fusione tra forza militare e potere politico: Ahmad Vahidi. Già ministro della Difesa e dell’Interno, oggi Vahidi è l’uomo che siede al vertice della catena di comando dei Pasdaran. Secondo le analisi più accreditate, il suo controllo sulla risposta militare nelle zone di conflitto si è esteso fino ai tavoli negoziali con gli Stati Uniti.
Non è più il Ministero degli Esteri a dettare i tempi della trattativa: ogni concessione, ogni parola, deve passare dal filtro di Vahidi. È lui il vero “guardiano” dei negoziati, l’uomo che ha convinto l’ala religiosa della necessità di una guida militare per garantire la sopravvivenza del sistema.
Ma la partita è ancora più profonda e riguarda il cuore del potere teocratico. Diverse fonti suggeriscono che la pressione delle Guardie Rivoluzionarie sia stata decisiva per orientare la scelta dei vertici religiosi verso Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema, come futuro erede al trono di Teheran.
Un asse tra Mojtaba e i generali della sicurezza che segnerebbe la fine definitiva di ogni speranza riformista o pragmatica. In questo scenario, Araghchi non è che un ingranaggio sacrificabile, l’ultimo rappresentante di una diplomazia che i Pasdaran considerano ormai un lusso pericoloso. Se il ministro cadrà, non sarà solo per un tweet sbagliato, ma perché a Teheran è iniziato il tempo dei generali.




