Il ministero della cultura sotto il governo di Giorgia Meloni
Gianni Oliva su La Stampa analizza le difficoltà del Ministero della Cultura sotto il governo di Giorgia Meloni, individuandone le cause in due presupposti errati. Il primo riguarda l’idea, radicata nella destra fin dagli anni Settanta, di una egemonia culturale della sinistra: secondo l’autore, pur essendo molti intellettuali di orientamento progressista, la cultura dominante in Italia è stata storicamente quella cattolica, capace di permeare la società anche in contesti laici, dal modello educativo di fine Ottocento fino all’Italia repubblicana. Il secondo errore consiste nel ritenere che l’egemonia culturale possa essere costruita attraverso nomine e interventi dall’alto. L’autore richiama il dibattito tra idealismo e materialismo per sottolineare come il rapporto tra idee e realtà sia complesso e circolare, ma osserva che la destra attuale manca di una identità culturale definita. I riferimenti evocati risultano eterogenei e contraddittori, da Tolkien a Dante Alighieri, fino a figure come Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Piero Gobetti e Antonio Gramsci, senza che da questa somma emerga un progetto coerente. Ne deriva l’assenza di una strategia nei diversi ambiti culturali, dalla televisione pubblica alle arti, dall’editoria alla formazione. L’autore evidenzia inoltre l’incoerenza di alcune scelte, come nomine e critiche successive, che alimentano polemiche senza costruire consenso. Secondo l’analisi, l’egemonia culturale nasce invece da una sintonia tra governo e società, richiede tempo e un sistema di valori condiviso, e non può essere imposta. In mancanza di questi elementi, il risultato è una sequenza di conflitti, rigidità e crisi interne che indeboliscono l’azione politica e impediscono la costruzione di una vera egemonia.





