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Il “Mamdani Effet” scuote New York, quantificato il prezzo del deinvestimento di Israele per le casse della Grande Mela

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un fantasma che si aggira tra i grattacieli di Wall Street e i corridoi di City Hall, ed ha le sembianze di una cifra iperbolica: 37 miliardi di dollari. A tanto ammonterebbe, secondo uno studio destinato a far discutere, il conto che i contribuenti e i dipendenti pubblici di New York City si troverebbero a pagare se la metropoli decidesse di piegare i propri colossali fondi pensionistici alle regole del BDS, il movimento internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele.

Il rapporto, redatto dall’Anti-Defamation League (Adl) insieme alla società di consulenza finanziaria JLens, analizza uno scenario a lungo termine (il decennio 2025-2035) e lancia un preciso avvertimento politico. Quello che gli analisti hanno già ribattezzato il «Mamdani Effect» – dal nome di Zohran Mamdani, l’esponente di punta dei Democratic Socialists of America (DSA) all’Assemblea dello Stato di New York – rischia di trasformarsi in un boomerang finanziario senza precedenti per la capitale economica degli Stati Uniti. 

Il cuore del problema sta nella composizione dei cinque fondi pensionistici della città, che insieme gestiscono un patrimonio netto che supera i 300 miliardi di dollari. Per capire cosa accadrebbe applicando i criteri del BDS, i ricercatori hanno condotto una simulazione storica, mettendo a confronto un classico portafoglio azionario ad alta capitalizzazione con uno “depurato” dalle 47 principali aziende statunitensi finite nel mirino del boicottaggio per i loro legami commerciali o operativi con lo Stato ebraico.

Il risultato è un bagno di sangue finanziario: il portafoglio privo delle aziende “bandite” registra un sotto-rendimento costante di circa 2 punti percentuali all’anno. Il motivo è strettamente matematico, prima ancora che politico. Escludere il BDS significa, nei fatti, vietare ai gestori del fondo di investire in colossi del calibro di Alphabet (Google), Amazon e Microsoft. Privare un fondo pensione dei motori trainanti della tecnologia e dell’innovazione americana significa condannarlo alla stagnazione. Proiettando questo divario del 2% sui prossimi dieci anni, la perdita complessiva stimata per New York City si attesta a 37,55 miliardi di dollari.

Se la macroeconomia fotografa lo scenario generale, la microeconomia delle singole categorie professionali racconta una storia di forte tensione sociale. I fondi pensione non sono entità astratte, ma i risparmi di una vita di chi garantisce la sicurezza e il funzionamento ordinato della città.

Il rapporto dell’Adl mappa le perdite con precisione chirurgica:

 Per i fondi pensione della Polizia l’ammanco stimato sfiora i 7,13 miliardi di dollari.

 I pompieri di New York vedrebbero sfumare invece qualcosa come 3,02 miliardi.

 Per il personale scolastico il danno si aggira intorno a 1,41 miliardi. Negli Stati Uniti, i rendimenti mancati dei fondi pensione pubblici non svaniscono nel nulla. Per legge, lo Stato o la città devono coprire la differenza per garantire gli assegni promessi ai pensionati. Questo significa che i 37 miliardi persi dovrebbero essere compensati direttamente dalle tasche dei contribuenti newyorkesi sotto forma di tasse più alte o, in alternativa, di tagli drastici ai servizi pubblici essenziali, dalle metropolitane alla nettezza urbana. 

Il dibattito si sposta inevitabilmente sul terreno politico, dove la sinistra dem dei DSA, storicamente vicina alle istanze palestinesi, sta spingendo per una radicale revisione dei criteri etici degli investimenti pubblici. È la cosiddetta «Mamdani-conomics», una visione che antepone l’attivismo geopolitico ai doveri fiduciari di Wall Street.

I critici della proposta – dai sindacati di polizia ai settori moderati del Partito Democratico che fanno capo al sindaco Eric Adams – accusano l’ala radicale di fare «ideologia con i soldi degli altri». La battaglia nei consigli di amministrazione dei fondi è appena iniziata, ma i dati del rapporto Adl tracciano una linea di faglia invalicabile: a New York, persino la geopolitica deve fare i conti con il bilancio. E il prezzo della solidarietà internazionale, questa volta, rischia di essere troppo alto anche per la città più ricca del mondo.

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